sabato 28 giugno 2014

MATTEO PUCCIARELLI – Lettera finalmente verosimile di addio a Sel

Care compagne e cari compagni (sempre partire con le compagne, che fa molto sinistra attenta ai particolari, poi della sostanza chi se ne frega), è con immensa e dolorosa sofferenza che comunico l’addio alla nostra comunità.

mpucciarelli2A cui sono e resterò molto affezionato: se sono in parlamento infatti è grazie alla vostra generosità. Vi siete recati al seggio delle primarie per i parlamentari di Sel, e avete fatto un voto inconsapevolmente doppio, dovreste ritenervi fortunati: eleggere in Sel un futuro parlamentare del Pd. Volete mettere l’emozione che porta con sé il cambiamento delle carte in tavola?
Insomma, cara comunità, abbandono il partito ma non lo scranno parlamentare. Avete votato A per ritrovarvi B, ma in fondo B era già così simile ad A, dovreste capirmi. Quindi no, non me la sento di non svolgere più il mio ruolo di onorevole. Lavoro impegnativo quello dello spingi-bottoni in aula, che anch’esso comporta innumerevoli sofferenze a me e alla mia famiglia. Sapeste le riunioni che devo sorbirmi, innumerevoli riunioni per capire dove batte il sole oggi, dove batterà domani, quale strapuntino assicurarsi, quale cordata acchiappare al volo: non è una vita facile, la mia. Una vita precaria, a tempo determinato. Vi assicuro: è ‘na giungla riga’.

Sapete, cara comunità, noi siamo cresciuti con dei miti. Genova 2001, il subcomandante Marcos, la sperimentazione, la rifondazione dell’ideale. Ma i miti passano veloci come le nostre vite, e se il socialismo va rifondato allora perché non farlo con Riccardo Nencini? Dopotutto una storia gloriosa la loro, capace di raggiungere obiettivi sempre alti, con il necessario pragmatismo, con la sapienza dei padri fondatori: di solito un assessorato ai Lavori Pubblici.
Dopo decenni di fallimenti della sinistra, ci siamo rotti le palle delle vostre feste pulciose, dei vostri interessi per i pulciosi, dello stare dalla parte dei pulciosi. Una volta almeno conveniva: stavi coi pulciosi ma sapevi che bene o male c’era un partito che ti garantiva una sussistenza, uno stipendio. O almeno una prospettiva: ricordo i tempi di quando Vendola sembrava potesse diventare dio, è lì che vi ho abbracciato cara comunità.
Adesso, con grande sofferenza, mi rendo conto che tra il 4 e il 40 per cento c’è di mezzo uno zero che fa la differenza. E io sono tre ore che mi spremo le meningi per risultare minimamente dignitoso nella mia scelta di mandare al macero anni di dichiarazioni virulente e barricadere e di lotte fatte per interposta persona, per abbracciare il comodo e rassicurante conformismo che mi garantisce (forse, lo spero) qualche altro annetto di tranquillità. Ma non ci riesco. So di essere un semplice italiota trasformista con la sola fortuna di non chiamarmi Scilipoti di cognome, e oltretutto so condire questa lettera con la temibile accoppiata grande sofferenza.
Quindi, care compagne e cari compagni che se vi ho visto in passato è stato solo per farmi candidare ma ora posso dirvelo chiaramente chi se ne frega della vostra comunità, con grande sofferenza abbandono la zatterella sfigata e prendo il panfilo. Come si sa, le navi passano una volta sola. E io la nave ho saputo acchiapparla più volte. Ma mi raccomando, non dovete avercela con me. In fondo lo sapevate tutti com’ero fatto, e un po’ vi è stato anche bene. Come si dice, c’est la vie no? Ma davvero, vi auguro il meglio: una sinistra al 20 per cento, così magari torno. Fatemi un fischio.
Con grande sofferenza ma molta furbizia, mi schiero dalla parte dei vincitori dei tempi moderni. È talmente lampante che per me sarà gioco facile, se me lo rinfaccerete, di darvi dei populisti pieni di livore. Quindi non vi sprecate. Lasciatemi perdere. Che poi a pensarci bene conviene a tutti: a me, e a voi.
Ciao comunità.
Ah, grande sofferenza.
Matteo Pucciarelli

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