giovedì 29 agosto 2019

Umberto Saba, l’antitaliano

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di Fausto Pellecchia

Nel 1945, all’indomani della guerra mondiale, il poeta triestino Umberto Saba pubblicava un aforisma che, con folgorante lucidità, fotografava un carattere saliente della nostra cultura politica: un tratto essenziale che il governo giallo-verde ha reso di sorprendente e disperante attualità:

«Vi siete mai chiesti – scriveva Saba – perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia - da Roma ad oggi - una sola vera rivoluzione? La risposta - chiave che apre molte porte - è forse la storia d’Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani… “Combatteremo - fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto - fratelli contro fratelli”. Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che - diventato chiaro a sé stesso - finalmente si sfoghi. Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda), un fratricidio. Ed invece è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione. Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.» (cfr. U. Saba, Scorciatoie e raccontini)

Con singolare intuizione, Saba – appassionato lettore di Freud – ci offre, una “chiave che apre molte porte”, a partire dallo spostamento della rivalità edipica dal padre ai fratelli, come tratto dominante della storia politica italiana. Basterebbe del resto guardare alle tormentate vicende storiche che hanno accompagnato la formazione dell’unità nazionale (oggi nuovamente posta in discussione), per sottoscrivere convintamente il giudizio del poeta. Non è infatti un caso se le democrazie più mature (Inghilterra, Stati Uniti, Francia) siano nate da processi rivoluzionari, che hanno avuto la forza e il coraggio di decapitare il Padre – i vecchi ordinamenti – per dare inizio ad un nuovo regime. In Italia, per contro, il Padre politico è quasi sempre riuscito a rovesciare le proprie responsabilità e le proprie iniquità sui “fratelli” meno garantiti, additandoli come responsabili dell’infelicità collettiva.

Persino la banale prassi, tutta italica, della “raccomandazione” (termine che non trovando corrispondenza lessicale nelle lingue anglosassoni, esige nella traduzione una particolare circonlocuzione) è di gran lunga più diffusa e consolidata della rivendicazione collettiva dei diritti. Essa discende dall’atteggiamento di devota sottomissione al Padre, mediante il quale si confida nella sua speciale predilezione a scapito degli odiati “fratelli” che si trovano nelle medesime condizioni.

In questo senso, la recente, ingloriosa esibizione balneare dell’inno “Fratelli d’Italia” da parte del vice-premier Salvini in costume da bagno rappresenta la perfetta parodia del patriottismo in salsa sovranista.

Più in generale, nell’odierno contesto storico-politico, il Padre è rappresentato dagli invisibili poteri economico-finanziari che tanto più determinano e controllano il destino delle nazioni, quanto più queste si lasciano sedurre dal miraggio sovranista. In questo senso anche la tradizionale egemonia politica degli imperi militari, come la Russia di Putin e gli U.S.A di Trump, si traveste di “paternalismo” nella “fraterna” contesa degli Stati membri dell’Unione europea, per destabilizzarne sotterraneamente i già fragili assetti istituzionali.

Non sorprende pertanto che anche l’attuale crisi politica, responsabile del naufragio del governo giallo-verde, venga raccontata - nel registro lessicale di una fetta cospicua dell’opinione pubblica e dei suoi stessi protagonisti - come una torbida lotta fratricida. Tanto il discorso del premier Conte al Senato, quanto la replica di Salvini e dei senatori leghisti, hanno adottato i tipici stilemi di una sfida personalistica, lasciando completamente nell’ombra le ragioni propriamente politiche sottese al loro comune programma di governo nei trascorsi quattordici mesi.

La durissima ‘catilinaria’ di Conte ha tratteggiato il profilo del suo ex-ministro come persona irresponsabile, incosciente, egocentrica, dedita unicamente ad “alimentare la grancassa mediatica” con l’unico, “preoccupante” scopo di “ottenere pieni poteri” dietro la minaccia delle adunate di piazza. Particolarmente significativa, nel nostro contesto, l’indignata rivendicazione in chiave personalistica dell’ex-ministro alle aspre critiche del premier circa l’uso strumentale dei simboli religiosi per catturare il consenso dei cattolici. «Presidente Conte – ha replicato Salvini – lei fa un torto a cattolici italiani quando dice che votano per i rosari, i cattolici italiani votano con il cuore e con la testa. Io ho chiesto protezione il cuore della Maria Immacolata per gli italiani e continuerò a farlo finché campo».

Meno clamorosa, ma altrettanto fratricida, la lotta interna al PD tra renziani e zingarettiani circa la posizione “unitaria” del partito da comunicare al Presidente Mattarella per la soluzione della crisi politica.

E tuttavia, questa situazione di “guerra civile” virtuale, di tutti contro tutti – al di là degli aspetti più sconcertanti che richiamano alla memoria le fasi più oscure dell’Italia prefascista – affonda le sue radici nella tradizione culturale del nostro Paese.

Un corollario implicito nell’argomentazione del poeta triestino potrebbe rimandare alla tradizione del cattolicesimo popolare, incentrata sul culto dei santi e della Vergine Maria per le richieste di grazia di cui sono di volta in volta i destinatari. In questa prospettiva, anche la prassi della “raccomandazione” all’autorità di turno può essere vista come una forma secolarizzata delle suppliche al santo protettore.

In un indimenticabile sketch di Massimo Troisi e Lello Arena, due napoletani si contendono, a suon di ceri votivi, le grazie di S.Gennaro per ottenere i numeri vincenti al lotto; ed uno dei due, per screditare l’altro, lo presenta come devoto di S.Ciro, il santo “concorrente” di S.Gennaro, per suscitarrne la reciproca, “fraterna” gelosia. Del resto, nel linguaggio comune, l’espressione “avere santi in paradiso” significa appunto avere solidi punti d’appoggio nelle sfere del potere: canali privilegiati per ottenere soddisfazione dei propri inconfessabili egoismi.

Anche il culto della vergine Maria, con le numerose apparizioni che ne moltiplicano l’icona in altrettante “madonne” locali - unica figura della Sacra Famiglia che declina la propria identità in base al suo luogo di culto - mostra il medesimo fondamento. E’ forse questa la vera ragione che consiglia a Matteo Salvini l’uso della devozione mariana come strumento elettivo della sua propaganda istrionica per legittimare le opzioni più retrive e autoritarie. Godendo come Madre di un particolare ascendente sul Figlio, la Madonna, autentica Advocata omnium hominum può intercedere per i peccatori con più alta probabilità di successo – ben al di là di un premier che si proclami “avvocato del popolo”. Sicché il privilegio incalcolabile della “grazia ricevuta” – che, in quanto razionalmente imperscrutabile, potrebbe persino apparire iniquo – trova accoglienza nella nube del “mistero glorioso” fondato sull’insondabile arbitrio della Regina coeli, al di là di ogni umano limite e di ogni possibile “merito”.

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