mercoledì 25 gennaio 2017

CAMBIAMENTI CLIMATICI. «Il negazionismo del presidente Usa sul riscaldamento globale è privo di qualsiasi fondamento. Parole in libertà: non esiste una sola ricerca che le sostenga. E ora il pianeta è in pericolo». L'accusa di Jeffrey Sachs, economista e direttore dell'Earth Institute alla Columbia University

"In America abbiamo un nuovo presidente, come forse qualcuno di voi avrà già notato», scherza Jeffrey Sachs in apertura del convegno Arctic Frontiers, a Tromsø, in Norvegia.

L'Espresso Alessandra Viola
Jeffrey Sachs
Jeffrey Sachs
Il tema è quello dei cambiamenti climatici, che qui sul tetto del mondo, oltre il Circolo polare artico, fanno registrare valori senza eguali. Salgono la temperatura dell’aria e quella delle acque dell’oceano, il permafrost si assottiglia, il ghiaccio si scioglie e nuove specie di pesci arrivate da sud scalzano dalle loro acque quelle originarie, mentre le grandi compagnie petrolifere e di trasporto già studiano il modo per sfruttare i giganteschi giacimenti sottomarini e le nuove vie commerciali resi accessibili dal disgelo.

Nell’Artico ci si interroga sulle strategie per evitare una nuova Guerra Fredda tra le potenze interessate a mettere le mani su questa parte di mondo, ma su ogni considerazione politica e scientifica si allunga l’ombra delle posizioni varie volte espresse da Donald Trump sui cambiamenti climatici, definiti senza mezzi termini una bufala, «una sciocchezza molto costosa con cui bisogna farla finita».

«È fondamentale tenere sempre presente che le dichiarazioni di Trump non riflettono alcuna posizione scientifica», spiega Sachs, direttore del Centro per lo sviluppo: «Non si basano su nessuna ricerca, su nessun dato. Le parole di Trump non sono fondate sulla scienza ma sugli interessi delle compagnie petrolifere. Sono un chiaro tentativo di rimangiarsi gli accordi sul clima di Parigi, e molte altre nazioni saranno ora tentate di fare lo stesso. Per questo sono ancora più pericolose».
Altan
Il tema energetico e la polemica sul riscaldamento globale sono stati centrali nella campagna elettorale del nuovo presidente americano, che all’indomani del suo insediamento, per mettere meglio in chiaro le cose, ha sostituito la pagina del sito della Casa Bianca dedicata agli impegni assunti per fronteggiare i cambiamenti climatici con una dedicata al nuovo piano energetico nazionale, basato in larghissima parte sui combustibili fossili. L’impegno del presidente va nella direzione di una "rivoluzione basata su gas e petrolio", che passa dalla pronta eliminazione di "pericolose e inutili politiche come il Climate Action Plan", il piano (sarebbe meglio forse dire ormai ex piano) di azione statunitense sul clima. Parole che hanno il suono delle trivelle, e che nell’Artico, dove l’aumento della temperatura media nel 2016 ha toccato punte di dodici gradi, suonano ancora più preoccupanti.

«Investire in nuovi impianti è inutile», dice Sachs, «per almeno due ottime ragioni. Abbiamo già a disposizione molto più petrolio e gas sulla terra di quanto possiamo bruciarne per rispettare gli accordi sul clima, e in secondo luogo questo tipo di investimenti, nell’Artico come nel Mediterraneo, non potranno mai essere competitivi rispetto alle risorse a basso costo disponibili in Arabia Saudita, Iran, Russia. Meglio puntare sulle rinnovabili e sulla ricerca, tenendo sempre presente che il riscaldamento globale è diverso da qualunque altro problema per un drammatico motivo: è irreversibile».

Per il sollievo di molti, la presidenza americana dell’Arctic Council, il forum intergovernamentale sull’Artico che riunisce i paesi i cui territori ricadono nel Circolo polare, volge ormai al termine. Ma le nuove linee di politica estera tracciate dal presidente statunitense al grido di "America first!" preoccupano anche a questa latitudine.

«Trump porta avanti campagne sbagliate e pericolose - continua Sachs - sia in politica estera che all’interno. Quella americana è ancora di gran lunga l’economia più ricca del mondo e far sentire gli americani minacciati, costruire muri, diffondere la paura del diverso, è incredibilmente ingiusto e scorretto. Una politica interna di questo tipo apre la strada a una politica estera estremamente pericolosa. Ma ormai bisogna prendere consapevolezza che siamo in una nuova era. La leadership globale degli Stati Uniti è finita. Dimenticate l’America del 1994-95, leader mondiale della produzione e del consumo e insieme potenza globale capace di dare indirizzo e visione alle altre nazioni. Una potenza arrogante, a volte, ma anche in grado di guidare il mondo con uno spirito costruttivo. Quell’America non esiste più: il suo declino è iniziato da tempo, e adesso il paese si appresta a toccare il punto più basso della sua leadership».

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