martedì 28 aprile 2020

Culi al caldo nella tormenta

signo 

ilsimplicissimus Anna Lombroso

La Grande Crisi spazzò via, ma non abbastanza, quella visione, e neppure quell’altra crisi cominciata nel 2008, se  la convinzione di essere un impero nel quale a tutti è offerta la possibilità di veder premiato arrivismo, spregiudicatezza, avidità e  prepotenza  con i servizi di prestatori d’opera “inferiori”, interni ed esterni ai confini, dura ancora. Proprio come, per dirla con Susan Sontag, una pestilenza che ha contagiato perfino l’immaginario di altri popoli.
Vien fatto di pensarlo oggi e qui: chi avesse creduto che l’epidemia possedesse un effetto redentivo, promuovendo solidarietà e coesione, si è sbagliato, al contrario ha dato enfasi a tutti i vizi, le disuguaglianze, le ingiustizie del “prima”, di quella normalità che, è perfin banale dirlo, è all’origine del danno, dell’attuale anomalia, del presente stato di eccezione.

Così ancora di più da ora in poi chi si ammala avrà qualche margine di salvezza rivolgendosi alla sanità privata perché sul sistema pubblico peseranno i costi dell’emergenza, così solo per qualcuno che se le potrà comprare, sarà possibile godere di quelle delizie della vita, arte, paesaggio, musica, viaggi, che secondo Keynes dovevano essere il premio offerto da un sistema che aveva accumulato e sfruttato abbastanza da saper ridurre fatica, sopraffazione, abusi.
E possiamo aggiungerci anche l’amore, gli affetti, le amicizie trattate secondo il nuovo codice della bio-morale  secondo il quale sono ammessi solo legami “stabili” e certificati con apposita modulistica.

E infatti proprio come le fanciulle gardenia c’è una parte del paese cui, in presenza di una patologia misteriosa, fosca e incontrastabile, è stata concessa salvaguardia e salute restando a casa, proteggendosi dal pericolo di contatti impuri, cui, con quei lunghi treni affollati, metro strapiene, bus gremiti devono essere recate merci per la sopravvivenza prodotte da un’altra parte del paese selezionata secondo i criteri dell’essenzialità più arbitraria, dando non sorprendente preferenza alle catene di distribuzione, alle  multinazionali, alle grandi imprese, alle iperproduzioni, armi comprese.

L’elemento unificante tra i due target è che a tutti, sono stati tolti diritti e libertà fondamentali, in nome di un valore e un bene supremo, la sopravvivenza, ma anche in questo caso in presenza di differenti standard di tutela e protezione, ai secondi non è garantita per via della loro missione di servizio, si tratti di personale sanitario, magazzinieri, operai in fabbrica, e presto nei cantieri dove si continuerà a morire non di Covid ma di cattiva manutenzione, carenza di dispostivi di tutela, fatica come e più di prima, cassiere, commessi, pony, che se non cadono come mosche, con mascherine farlocche e orari sfiancanti, fanno sospettare che forse il mostro scatenato dai Cavalieri dell’Apocalisse non sia così cruento e inesorabile.

Poco male, sembrano pensare gli uni e gli altri.
Quelli che si muovono e faticano non ci pensano proprio, intenti a scegliere tra la borsa e la vita, come al solito.
Gli altri sono ormai perlopiù convinti che si tratti di un sacrificio trascurabile in cambio della salvezza elargita da un centro di comando di salute pubblica, nel quale sacerdoti della scienza pare stiano dettando regole incontrovertibili a decisori che hanno sospeso, per il bene comune e l’interesse generale, il dettato costituzionale, come si racconta sia doveroso in condizioni di emergenza. Accelerando così quello che da un bel po’ forze esterne e interne hanno cercato di fare nel confronto supercilioso tra Costituzione senza decisione, Costituzione irrealizzata, Costituzione senza sovrano, Costituzione troppo socialista (è l’Europa a dirlo e Draghi a scriverlo a 4 mani con Trichet), così dopo il tentativo mancato di manometterla per via referendaria, la strada più rapida  e risolutiva è quella di destituirla.

Qualcuno, tra filosofi apocalittici e arcaici cultori del libero pensiero, si è chiesto “come mai è potuto avvenire che un intero paese sia, senza accorgersene, eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia”.
Ma anche in questo caso ci sono delle differenze.
C’è chi ha subito, per non poter fare altrimenti.
E c’è chi pensa di averlo scelto, che valessero la pena la rinuncia a mandare i figli a scuola, a mantenere in piedi un’attività, a coprire le funzioni lavorative per le quali è comunque pagato, sostituendole con occasionali dialoghi con i cristalli liquidi, a non prestare assistenza a genitori anziani, a non assisterli nella dolorosa agonia, a non seppellirli secondo riti dell’umana pietà, a non stare all’aperto, a non camminare, a non godere di monumenti e paesaggi, per assicurarsi la sopravvivenza, la nuda vita come le oscure presenze dei profughi che si proteggevano dalla nostra ostilità diventando invisibili, pregando nelle cantine, soggiornando in otto in una stamberga, cucendo in un sotterraneo.

Che poi, si sa,  il sacrificio esonera da certe responsabilità, mette in secondo piano certi doveri, trasformando i fioretti e le privazioni in martirio che fa meritare la salvezza, secondo la lezione cristiana ma pure quella dell’austerità.
Per tutti l’obbligo, diventato ormai imperativo etico, è adattarsi, uniformarsi, tanto che perfino prestigiosi pensatori affiliati alla memoria della sinistra dura e pura, dichiarano che in certi casi l’obbedienza è una virtù alla faccia di Don Milani, di Capitini, di Gramsci, di Panzieri, Ernesto Rossi,  Pasolini, Dolci, dei fratelli Rosselli, di Gobetti, e pure dei loro padri partigiani che per loro e nostra fortuna non ci pensarono proprio a domandarsi se valeva la pena ribellarsi e trasgredire.

Il fatto è che le redazioni sono piene di gente garantita da editori impuri che rappresentano interessi padronali, che hanno perso, come loro, qualsiasi legame con la realtà, che pubblicano in ritardo su Facebook e Twitter, le veline del governo e le opinioni della comunità scientifica embedded, i social sono affollati dei sottoposti agli arresti domiciliari cui la paura del Covid19 ha tolto quella della celiachia e delle intolleranze al glutine e con la credenza piena di rigatoni rigati e di lievito per il ciambellone, compresi della missione di spioni e delatori dei comportamenti irresponsabili dei vicini, depositari dell’incarico di sanzionare virtualmente chi si interroga sulla ragionevolezza, utilità ed efficacia delle misure restrittive, come se si trattasse di potenziali promotori di popolose messe nere in assenza di quelle bianche, di frequentatori di rave party e organizzatori di sabba.

Purtroppo la parte visibile e ostentata dell’opinione corrente è costituita da chi sta nella tana di casa, convinto della superiorità morale del conformismo e dell’accettazione, che si associa e quella “culturale”, rappresentata da riconoscersi in valori somministrati e diffusi dall’establishment, congrui con la riscoperta di Dio, Patria, Famiglia (solo di congiunti), grazie a ripetitori di tv, di stampa e di piazza, Fazio, Saviano, Repubblica ora Stampubblica, sardine, sindacati, tutti variamente allineati nella comunicazione apocalittica.

Per essere icastici si tratta di pubblici che hanno il culo al caldo, che non soffrono ancora  degli effetti pandemici della precarietà, che si sono costruiti delle sicurezze potendo godere dei privilegi a pagamento del privato, assicurazioni e fondi, dipendenti pubblici, insegnanti che possono per un po’ rimuovere le umiliazioni e sospendere la avvilente retrocessione a formatori di personale specializzato in servitù, assecondando la favoletta della telescuola, professionisti abilitati a permettersi di rinviare scadenze trastullandosi con lo smartworking, grazia al quale accedono alle mancette per le partite Iva.
Questa sospensione artificiale dell’esistenza e della realtà non è loro sgradita, sono persuasi che gli strumenti morali, civili (hanno sopportato vent’anni di Berlusconi, connivenze mafiose e conflitto di interesse), intellettuali (hanno dileggiato le scie chimiche e in cerotto sottopelle che legge nel pensiero ma sono pronti per la vaccinazione tuttofare di Gates) e economici (hanno giustificato le privazioni come doveroso tributo per l’appartenenza all’Europa), che farebbero di loro secondo una recente vulgata, la classe signorile, e che danno loro una indiscussa superiorità rispetto a chi è obbligato a affaccendarsi, a chi non ha già più i soldi per la spesa, a chi non approfitterà dei vantaggiosi 25 mila euro per risollevarsi perché altro non sono che un debito che si accumula su un altro debito, ecco sono quelli che pensano che sono e saranno risparmiati e che è quindi ragionevole abdicare a qualche libertà, a qualche diritto, a qualche affetto, a qualche piacere.

Prendono questa pausa dalla vita alla leggera perché è una comoda pausa dal ragionare e dal pensare che non sono esenti, che se oggi sono risparmiati non lo saranno domani perché chi sceglie per loro e in loro nome sa bene come privatizzare i profitti e socializzare le perdite soprattutto quelle che hanno provocato e prodotto, come fosse un sabbatico.
Ma intanto le streghe e i demoni se la ridono e ballano al loro sabba.

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