sabato 29 gennaio 2022

Mosè presenta i comandamenti della cialtroneria

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Oggi il Punto del Corriere titola: “la fine della pandemia”. Che la bolla di menzogne, di manomissione della realtà, di manipolazione o omissione di dati e conoscenze si stia sgonfiando miseramente è vero.  Ogni giorno si leva una voce sempre meno timida che si aggiunge a quelle che in due anni hanno tenacemente rotto la spirale del silenzio, per ricordare che l’apocalisse sanitaria era la punta dell’iceberg di una emergenza sociale, usata per accelerare la attesa conclusione del  processo definitivo di ristrutturazione del Sistema, che ormai va sotto il nome di Grande Reset.

C’è però poco da sperare nel ritorno alla normalità auspicato da tutti i fanatici del vaccino, come da quelli che obbligatoriamente si sono sottomessi, parimenti narcotizzati chi dall’appartenenza alla cerchia dei responsabili iperdotati di senso civico, chi dalla paura e dal ricatto tanto da non avere ancora inteso che è quella normalità  a aver prodotto lutti, danni, disuguaglianze e discriminazioni, anche una volta stabilito che il grande male si è esaurito della sua carica mortifera nei rituali due anni.

Il progetto, mentre venivamo drogati dalla narrazione millenarista, andava avanti e se si zittirà la sirena dell’allarme pandemico, coperta dai passi di corsa dei disertori alla ricerca di nuovi cespiti e rinnovata popolarità, resteranno i frutti avvelenati: l’attuazione del programma di medicalizzazione globale, l’applicazione di strumenti di controllo e sorveglianza incrociati da impiegare per la selezione volta alla discriminazione e emarginazione dei soggetti sgraditi restii a prestarsi in qualità di capitale umano alla servitù volontaria.

Ogni giorno tra le maglie strette dalla cronaca, salta fuori qualche notizia a dimostrazione che gli affari loschi, le alleanze opache, le intese vergognose sottoscritte con l’avvallo dei corpi intermedi collaborazionisti, partiti e sindacati, proseguivano indisturbati dietro la coltre del terrorismo di regime, del suo bellicismo muscolare, della sua epica tirannica.

Scopriamo così che ogni giorno voi, io, noi investiamo 71 milioni in spese militari, che la tanto attesa elemosina a strozzo dell’Ue arriverà a condizione che si attuino le riforme  quelle del taglio delle pensioni, di una nuova tassazione sulle case, delle  privatizzazioni (in primis la sanità) e della flessibilizzazione ulteriore del lavoro, che lo sblocco dei licenziamenti non sarà compensato dalla riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, il cui budget è stato ridotto della metà, che il problema dei trasporti pubblici si risolve discriminando i passeggeri, così come quello dell’accesso al reddito di cittadinanza, reso più arduo dalla doverosa ostensione del Green Pass.

Così non ha fatto grande effetto l’ultima notizia in merito al prodigio malaffaristico cui si era affidata la salvezza di Venezia delle acque,  grazie ai buoni uffici di un fronte bipartisan che annoverava figure che tuttora animano la trattative per il Colle.

Abbiamo appreso in un primo tempo che i cinque miliardi e 493 milioni di euro non basteranno per completare il Mose e non saranno sufficienti neppure i  sei mesi da gennaio necessari per l’ennesimo taglio del nastro da parte di immutabili e inviolabili autorità a celebrare la fine dei lavori, fissato al 31 dicembre 2018, poi slittato a dicembre 2021.  Che occorrono altri fondi – forse poco più di 200 milioni, forse almeno i 480 ipotizzati da un susseguirsi di vigilantes, alcuni dei quali hanno dichiarato forfait, per interventi aggiuntivi e imprevedibili.

Poi però ci vuole tranquillizzare  il ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, fissando a settembre 2023 la data ultima per il completamento del  sistema di 78 dighe mobili a protezione di Venezia, mentre richiederà un tempo più lungo quello degli interventi di rispristino delle opere che, come la conca di Malamocco, hanno subìto danni dovuti a mareggiate.

La fase di avviamento dell’opera, ossia i test, il collaudo e la consegna allo Stato, avrà una durata complessiva di quattro anni, ma niente paura, questa fase viene considerata già avviata con gli innalzamenti “d’emergenza” che si sono susseguiti dall’autunno del 2020, e proseguirà anche dopo che l’opera sarà completata. E anche sul fronte delle risorse economiche necessarie, il Mims ricorda che sono state già rinvenute grazie ai circa 538 milioni di euro attinti ai risparmi ottenuti dalla riduzione degli interessi passivi su precedenti finanziamenti pluriennali.

Si tratta di affermazioni che fanno sospettare che Great Reset sia un nome un po’ troppo pomposo per l’inarrestabile gioco delle tre carte, per il sistema di castelletti e equilibrismi finanziari, per quella combinazione  di corruzione, inefficienza, imperizia che tiene in piedi il sistema capitalistico nostrano, e che ha le sue allegorie cui guardare: Tav, Metro C, Mose, Ponte sullo Stretto.

L o scrittore indiano Amitav Gosh invitò a suo tempo i veneziani a affidarsi al papa, l’unico a suo dire, che non avesse lucrato sul Mose. Mica vero, se il direttore generale e poi presidente del Consorzio Venezia Nuova, ente di gestione del Mose, nonché mostro giuridico che riuniva tutti i poteri e le competenze progettuali esecutive e di controllo,  oltre che amministrative, stringe un’alleanza di ferro fin  dalle origini con il patriarcato, finanzia generosamente il Marcianum, polo accademico dedicato a studi e ricerche “radicate nella tradizione della chiesa veneziana” e se il ruolo di presidente reca con sé quello di Procuratore della Basilica di San Marco. E se Scola, il 14 maggio del  2003 viene chiamato a benedire simbolicamente la prima pietra, condannando insieme al vertice della Regione, Galan e altri inquisiti eccellenti nel successivo scandalo, l’arroganza “pseudoscientifica” degli ambientalisti che minacciavano di ritardare l’impresa “fondata su scienza e modernità”, intenti a tutelare invece della città  “gli uccellini”.

Questo per dire che in vario modo sono tanti quelli che si sono affacciati alla mangiatoria veneziana, qualcuno per interesse diretto, qualcuno a dimostrazione della proprio affiliazione ai poteri forti locali e nazionali.

Basta pensare al sindaco Cacciari che applica anche in quel caso il teorema referendario: il Mose è una boiata ma non si può non fare, al Manifesto che ospita i contributi dell’addetto alla comunicazione del Consorzio, poi portavoce di Galan,  e a Rossanda che, cito, scrive: “chiedo scusa ma mi importa più il destino dei veneziani che quello della garzetta… il Mose è un’opera di alta tecnologia che porta e comporta lavoro qualificato”.

Non c’è da stupirsi, la stampa nelle mani di editori impuri legati  direttamente o indirettamente alle cordate imprenditoriali coinvolte, per tutti gli anni prima dello scandalo che travolge amministratori, enti di vigilanza, enti, Regione, partecipano della propaganda.

E quando si scoperchia il vaso di Pandora del malaffare approfitta per ridurre tutta la deplorazione e la denuncia nei limiti consueti della cronaca giudiziaria, in modo da non pronunciarsi sulla qualità del progetto imposto trascurando e censurando le alternative praticabili e scelto accuratamente in quanto il più complesso e costoso, rispondente così all’opportunità di compiacere interessi, appagare appetiti bulimici. E il più coerente con le regole del profitto applicabili alle grandi opere, quelle che favoriscono ritardi e varianti, inefficienza e imprudenza, in modo da trasformarli in emergenze da affrontare con opacità, misure eccezionali, fondi speciali, sospensione dei controlli sugli interventi, le spese, gli incarichi   gli appalti.

Ancora prima delle indagini della Magistratura,  ci fu un primo segnale d’allarme che non fu possibile sottovalutare: la Corte dei Conti nel 2007 divulgò un rapporto nel quale informava che il Mose aveva assorbito la maggior parte die fondi destinati alla manutenzione ordinaria della laguna, dirottando le risorse su lavori affidati a trattativa privata secondo le decisioni del Consorzio che aveva avocato a sé tutti i ruoli in commedia, ricerca, sperimentazione, direzione dei lavori, collaudi e  sorveglianza.

Poi il 4 giugno 2014 un blitz delle Fiamme Gialle porta all’arresto di 35 persone tra imprenditori, manager, amministratori e politici e si sveglia dal letargo l’Autorità anticorruzione che nella persona di Cantone sbadiglia a scoppio ritardato: “la pervasività del sistema corruttivo, il complesso intreccio dei rapporti tra Consorzio e esponenti politici a ogni livello … il carattere seriale delle condotte accompagnate dalla gravità dei fatti, inducono all’adozione della straordinaria temporanea gestione”.

Dopo qualche anno la maggior parte degli inquisiti è stata condannata, qualcuno ha patteggiato, qualcuno è stato salvato dalla prescrizione, il Consorzio sopravvive in bilico sul baratro del fallimento con disonore, uno dei commissari lascia dopo aver puntato il dito sulla velenosa combinazione di corruzione, malversazione, insieme a incapacità, sperperi attribuibili a imperizia e inadeguatezza.

Intanto il 12 novembre 2019, alle 22 e 50, la marea tocca il picco di 187 cm sul medio mare, dopo che il Centro previsioni aveva annunciato i 145 cm, una mera alta ma non catastrofica.

E le barriere non si alzano, dopo trent’anni di preparazione e lavori, a contrastare un cigno nero, prevedibile e governabile, come succede ormai a ogni presentarsi di un evento ponderabile e ipotizzabile o comunque governabile se davvero di impiegasse la potenza che rivendichiamo di aver raggiunto grazie al Progresso.

Si moltiplicano le accuse, ai magistrati rossi che hanno ingabbiato i vertici, alle difficoltà finanziarie che hanno impedito l’acquisizione di due dei tre compressori,  alle cerniere realizzate con componenti sbagliati: anni prima un docente di impiantistica aveva dichiarato in pieno processo che l’idea originaria era farle con fusioni di ghisa ma alla fine altro non erano che lamiere saldate, ai commissari disfattisti che si solo limitati a criticare i criteri poco ortodossi, i contenziosi milionari, gli acquisti di materiali inappropriati, gli incarichi a professionisti impreparati, bloccando di fatto l’operatività.

Con un certo gusto dell’understatement viene celebrato nel luglio del 2020 il primo rito di sollevamento delle barriere, ancora sperimentali come i vaccini, esibite come risolutive, ma con qualche condizione, come il Recovery Fund: che per fare scudo alla città non si interrompa l’attività del Porto, che non si verifichino due giorni di inappropriata acqua alta, che si verifichino le condizioni necessarie a garantire il lasso di tempo tra allarme e azione di innalzamento, che richiede ogni volta un bel dispendio di quattrini e l’impegno di uno stuolo di manodopera qualificata.

Non occorre ricorrere al Grande Reset, basta continuare così per affamarci, per abbandonarci ai rischi che derivano da anni di trascuratezza, corruzione, incompetenza e malaffare, per sfamare l’avidità padronale a nostre spese. Basta continuare così nel solco della tradizione, con noi che lasciamo fare altrettanto colpevolmente.

 

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