giovedì 30 ottobre 2014

I nuovi poveri sono gli autonomi a partita Iva

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Senza diritti alla malattia o al sostegno al reddito, non avranno una pensione. Ma i loro contributi finanziano il Welfare degli altri lavoratori. I dati dell’Osservatorio XX maggio su parasubordinati e professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps descrivono l’esistenza del nuovo proletariato in Italia
precario
Il ritratto dei nuovi poveri a par­tita Iva lo ha fatto ieri l’Osservatorio dei lavori dell’associazione 20 mag­gio pre­sen­tando a Roma il terzo rap­porto sui dati della gestione sepa­rata dell’Inps. Anche con l’entrata in vigore delle regole della delega sul lavoro, in discus­sione in par­la­mento, su mille euro gua­da­gnati ad un auto­nomo reste­ranno in tasca 515 euro con­tro i 903 di un lavo­ra­tore dipen­dente. Gli iscritti a que­sta cassa dell’Inps hanno un com­penso lordo medio di 18.640 euro, un red­dito netto da 8.670 euro annui per 723 euro mensili.
Par­liamo di un pro­le­ta­riato a tutti gli effetti che non ha diritto alle tutele uni­ver­sali con­tro la malat­tia e versa con­tri­buti per una pen­sione (oggi il 27% del red­dito, il 33% entro il 2019), ma rischia di non avere una pen­sione. I suoi con­tri­buti ser­vono oggi a coprire i debiti delle altre gestioni Inps, quella dei diri­genti ad esem­pio. Que­sti lavo­ra­tori non hanno diritto agli ammor­tiz­za­tori sociali ma con i loro com­pensi pro­du­cono un Pil pari a 24 miliardi e assi­cu­rano all’Inps un get­tito di 5 miliardi e 805 milioni annui. Que­sti dati dimo­strano che i pre­cari finan­ziano il Wel­fare senza avere nulla in cam­bio. Al danno si aggiunge dun­que la beffa. E i red­diti restano molto bassi: 10.128 euro annui per i con­tratti a pro­getto, ad esem­pio i call center.
Bassi anche i com­pensi per i dot­tori di ricerca all’università (13.834 euro lordi) o per i medici spe­cia­liz­zandi (18.746 lordi). Per i gior­na­li­sti free­lance appena 9 mila all’anno. Le donne tra i 40 e i 49 anni sono le più pena­liz­zate: gua­da­gnano 11.689 euro in meno all’anno rispetto agli uomini.

La crisi ha aumen­tato la disoc­cu­pa­zione. Nell’ultimo anno sono stati persi 166.867 occu­pati, i col­la­bo­ra­tori a pro­getto sono dimi­nuiti di 322.101 unità dal 2007 al 2013, e nel solo 2012 sono pas­sati da 647.691 a 502.834, con una fles­sione di ben 145 mila unità. Un con­tri­buto deter­mi­nante è stato for­nito dalla riforma For­nero che ha impo­sto l’introduzione dei minimi tabel­lari dei dipen­denti. Que­sto ha pro­dotto un esodo verso il lavoro nero, le «false par­tite Iva» o la disoccupazione.
Acca­drà qual­cosa di diverso con Renzi? Per i para­su­bor­di­nati iscritti alla gestione sepa­rata no. Lo sgra­vio pre­vi­sto dalla legge di sta­bi­lità per le assun­zioni a tempo inde­ter­mi­nato (con un mas­si­male fis­sato a 6200 euro) non ren­derà «più com­pe­ti­tivi» que­sti con­tratti rispetto ai lavori dove i com­pensi minimi non sono rego­lati da accordi col­let­tivi. Per le imprese sarà sem­pre più con­ve­niente assu­mere un pre­ca­rio per poi non rin­no­var­gli il con­tratto. Il pro­blema non verrà risolto nem­meno dal sala­rio minimo ipo­tiz­zato nella Delega per­ché non può essere appli­cato nella plu­ra­lità dei set­tori del lavoro para­su­bor­di­nato e tanto meno in quello auto­nomo a par­tita Iva.
C’è anzi il rischio che, con il per­du­rare della crisi e con la con­fu­sione del governo det­tata da una scarsa cono­scenza delle forme del lavoro, il sala­rio minimo diventi il mas­simo che le aziende pagano. La strada potrebbe essere quella di sta­bi­lire un equo com­penso per le par­tite Iva indi­vi­duali per evi­tare che il Jobs Act le spinga verso il lavoro nero o l’inoccupazione. Per l’Associazione 20 mag­gio la solu­zione sarebbe quella di ricon­durre gli «ati­pici» nella con­trat­ta­zione col­let­tiva, un’opzione fin’ora tra­scu­rata dai sin­da­cati. Resta da capire la situa­zione di coloro che non pos­sono, o non vogliono, diven­tare dipen­denti. Ver­ranno lasciati al loro destino di esuli invo­lon­tari, oppure si pos­sono imma­gi­nare forme di tutele uni­ver­sali o un red­dito di base?

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