https://insorgenze.net
Prima puntata – Il pm Eugenio Albamonte ha finalmente depositato una parte delle carte dell’inchiesta che ha portato al sequestro del mio archivio storico e dei miei strumenti di lavoro. Al centro delle accuse c’è il lavoro preparatorio condotto per la redazione del volume “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera“
di Paolo Persichetti
In Italia esiste un organismo di Polizia che si occupa di storia.
Proprio così, si intromette nell’attività di ricerca, sorveglia il
lavoro dello storico, ascolta le sue conversazioni con le fonti,
intercetta le caselle di posta elettronica, sequestra archivi. Come in
una sorta di scenario orwelliano si erge a ministero della verità e con
il suo occhio minaccioso amministra il passato, decide chi può scrivere,
recinta gli argomenti, filtra i contenuti e sopratutto gli autori.
Decide insomma come e chi può scrivere la storia.Questo nuovo organismo
si chiama Polizia di Prevenzione, ex Ucigos, una struttura che nasce
dalle ceneri della dissolta e famigerata Uar. Di sicuro non lo sapevate,
a dire il vero nemmeno io ne ero al corrente fino a quando non ho letto
l’informativa della Polizia di prevenzione del 21 dicembre 2020
(N.224/B1/Sez.2/18803/2020, procedimento penale nr. 93188/20). Un
rapporto che fa seguito ad una lunga serie di indagini originate nel
gennaio 2019 e da cui è scaturita una ulteriore ed intensa attività
investigativa che ha radiografato l’esistenza della mia intera famiglia
dalla fine del 2015 ad oggi, e ancora domani e dopodomani, poiché
l’attività investigativa e “tecnica” è tuttora in essere. Un attacco
frontale al mio lavoro di ricerca che ha portato, l’8 giugno scorso, a
una lunga perquisizione nella mia abitazione e al sequestro del mio
intero archivio digitale, dei miei strumenti di lavoro e di
comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio
figlio disabile. Non è stato portato via solo il materiale d’archivio
raccolto e prodotto negli ultimi 15 anni, ma la storia della mia
famiglia, di mia moglie e dei miei figli, il nostro passato, la nostra
intimità.
L’irruzione nel passato
Questi
nuovi storici con l’uniforme si intromettono nel lavoro complicato e
complesso della ricostruzione del passato, fanno irruzione in quella
bottega dove il ricercatore come un artigiano impasta le sue mani con la
polvere del tempo: raccoglie documenti, testimonianze, tenta di colmare
i buchi della memoria, rappezza brandelli di ricordi, tracce
spezzettate, indizi che pazientemente prova a rimettere insieme,
soprattutto ad interrogare. Ma a questi nuovi sbirri del passato tutto
ciò non interessa. Nella visione poliziesca della storia i testimoni,
gli attori, i soggetti e i gruppi sociali vengono sostituiti dai
colpevoli, dai fiancheggiatori e dalle vittime. Le sfumature non
esistono, il contrasto è netto, bianco e nero, luce e tenebre, buoni e
cattivi. Il terreno storiografico è solo un pretesto per cercare nuovi
colpevoli, arrestare gli scampati, affibbiare nuovi ergastoli. La storia
si fa riserva di caccia, un safari dove conquistare un trofeo da
mostrare in manette ad una conferenza stampa con tanto di selfie. E con
queste aspettative che il nuovo ministero della verità – avrebbe detto
Orwel – si è intromesso nel rapporto che in questi anni ho intrattenuto
con alcune delle mie fonti, ha sorvegliato il lavoro preparatorio che ha
portato alla stesura del primo volume del libro Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena e apparso nel febbraio 2017. «Peraltro – scrivono nella loro informativa – Persichetti
emerge nelle e-mail oggetto di analisi anche in riferimento all’invio a
Loiacono di documenti riguardanti una bozza di una futura pubblicazione
relativa ad una ricostruzione dell’azione di via Fani, dalla
pianificazione fino alla sua conclusione. Tale materiale è poi
effettivamente confluito, sebbene con alcune modifiche, in un capitolo
del citato libro. Queste ultime mail, in particolare, contengono una
ricostruzione dell’azione di via Fani per alcuni versi distonica
rispetto a quanto accertato sinora dai processi e dalle varie
Commissioni sul sequestro dell’on. Moro. Lo scopo del libro – e quindi
anche di queste e-mail che ne rappresentano una bozza preliminare – è
assertivamente quello di “sgomberare il campo dalle mille bufale che
circolano sul 16 marzo in via Fani e di ribadire che “via Fani fu in
tutto e per tutto un’azione operaia”. Finalità più volte
esplicitata da Persichetti in più passaggi dello stesso libro, come per
esempio a pagina 9, dove si legge testualmente
“… Ciò che
preme sottolineare qui per restare sul terreno della critica è la
sordità cognitiva delle narrazioni dietrologie, impermeabili alle
smentite accumulatesi nel tempo. Le teorie del complotto, a causa del
loro divenire circolare, si sottraggono alla verifica della coerenza
interna ed esterna delle loro asserzioni”».
Quella coerenza che sembra mancare anche ai poliziotti della memoria, come vedremo meglio tra un po’.
Una ricostruzione veritiera
«Si tratta di documenti – proseguono gli autori del testo – che
forniscono una ricostruzione per alcuni versi inedita, basata sul
Memoriale Morucci, ed integrata sulla base dei contenuti di alcuni libri
scrit«Si tratta di documenti – proseguono gli autori del testo – che
forniscono una ricostruzione per alcuni versi inedita, basata sul
Memoriale Morucci, ed integrata sulla base dei contenuti di alcuni libri
scritti dagli stessi brigatisti e delle nuove dichiarazioni rese “agli
autori da Moretti, Seghetti e Balzerani nel corso di una serie di
conversazioni tra il 2006 e il 2016». Ricostruzione che ad avviso della
Polizia di prevenzione appare veritiera poiché «La lettura delle mail
induce a ritenere che i protagonisti fossero “genuini” nella
cristallizzazione dei propri ricordi, non fosse altro che per la
presunzione di poter discutere in forma “riservata“ […] Una analisi
integrata del materiale a disposizione, partita dai dati desumibili da
queste “inedite” mail, da rapportare poi alla versione “ufficiale”
presente nel libro e a quella presente nel “memoriale Morucci”, non ha
evidenziato elementi di novità ad eventuali altri brigatisti o soggetti
estranei alle Brigate rosse che possano aver preso parte alla strage».
Non un ricercatore ma un favoreggiatore
Talmente
veritiera che secondo i poliziotti non «avrei», in reltà sarebbe stato
più corretto scrivere avremmo (il libro è opera a più mani, ma alla
polizia della storia fa comodo indicarmi come autore unico), riportato
correttamente le informazioni raccolte. Per questo mi sare macchiato di
favoreggiamento, in particolare nei confronti di Alvaro Loiacono
Baragiola. Nella relazione si sostiene che «la mancata trasposizione
nel libro di alcuni passaggi invece presenti nelle email implica una
scelta che potrebbe non essere solo di natura editoriale, ma anche
“politica”, tenuto conto delle contraddizioni che pure erano emerse tra i
racconti dei vari terroristi intervistati e tra questi e il memoriale
Morucci e/o gli iscritti già pubblicati da alcuni militanti delle Br».
Affermazione
impegnativa, che troverebbe senso solo se i poliziotti della storia
avessero intercettato tutti i colloqui avuti dagli autori del libro in
anni di incontri con i diversi testimoni e riscontrato difformità. Forse
per questo sono venuti in casa, col pretesto della divulgazione di un inesistente documento riservato
della commissione (le relazioni annuali e le bozze delle relazioni non
rientrano in questa fattispecie) per cercare appunti, schizzi, piantine,
vocali e altri materiali raccolti nel corso della preparazione del
primo volume e in vista del secondo. Una ingerenza indebita nel lavoro
mio e di Marco Clementi (abbiamo curato insieme la parte del libro su
via Fani).
E’ un fatto gravissimo. Non può essere un’autorità di
polizia o la magistratura a sindacare il rapporto con le fonti e
giudicare come un ricercatore affronta le contraddizioni, le difficoltà,
gli errori, le illusioni o i buchi di memoria delle fonti orali a
quaranta anni dai fatti. Nella informativa si sostiene che avremmo «cassato completamente» dal libro «le funzioni inedite svolte da Loiacono rispetto a quelle riscontrate processualmente»
(tornerò tra poco sulla questione), ma la cosa davvero gratuita è il
movente scelto dalla Polizia di prevenzione per giustificare questa
presunta omissione. Secondo il Primo dirigente Di Petrillo e il vice
Ispettore Vallocchia avrei intenzionalmente svolto «generale opera di rivisitazione del ruolo [dei brigatisti latitanti – anche se Loiacono è cittadino svizzero ed ha scontato per intero la condanna] nell’azione di via Fani, assumendo anche i margini di una possibile forma di favoreggiamento».
Un lavoro rigoroso
Chiunque abbia letto il libro
conosce perfettamente il lavoro minuzioso svolto, gli elementi di novità
significativi introdotti nella ricostruzione del rapimento Moro grazie a
una faticosa integrazione tra fonti documentali e nuove disponibilità
delle fonti orali, che non si sono tirate indietro, intenzionate a dare
un contributo definitivo di chiarezza nella ricostruzione dei fatti.
Abbiamo insistito con loro affinché anche il minimo dettaglio venisse
ricostruito, nei limiti delle possibilità che la memoria e i documenti
potevano consentire. Abbiamo assistito al processo di rimemorizzazione
in presa diretta di alcuni di loro, testimoni che hanno dovuto superare e
correggere errori e illusioni stratificatesi a decenni di distanza dai
fatti. Oggi sappiamo come sono arrivati sul posto i brigatisti quella
mattina, tutte le armi che impugnavano, come hanno organizzato l’azione,
collocato le macchine, la via di fuga ricostruita nel dettaglio, e
molte altre cose ancora sulla vicenda politica del sequestro, aspetti
che alla Polizia di prevenzione sembrano interessare ben poco.Nonostante
ciò, al momento di chiudere le bozze, alla fine del 2016, non siamo
riusciti a chiarire un aspetto della via di fuga, per altro fino ad
allora da tutti ignorato: ovvero come venne spostato un furgone di
riserva, collocato nel quartiere di Valle Aurelia, che in caso di
necessità sarebbe dovuto servire per un secondo trasbordo del
prigioniero. La discussione e il confronto con gli altri testimoni che
abbiamo potuto raggiungere è stato acceso ma purtroppo non risolutivo
sul punto. Dovendo andare in stampa abbiamo così deciso di risolvere
l’impasse delimitando l’informazione su due dati da noi accertati: non
abbiamo mai scritto che Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a
via Licinio Calvo insieme a Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Fiore.
Abbiamo riportato quanto sostenuto da Moretti e confermato da tutti, che
furono alcuni dei membri della Colonna romana che presero parte
all’azione a spostare il furgone (p. 184).
Quello del ricercatore è un lavoro paziente e ostinato che non si arresta mai e negli anni successivi siamo più volte tornati sulla questione. Cosa c’entri questo lavorio storiografico con il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, potete valutarlo da soli. Forse bisognerebbe chiederlo all’ex presidente della commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, che nel verbale di sommarie informazioni reso il 1 dicembre 2020 davanti al Pm Eugenio Albamonte e ai vertici della Polizia di Prevenzione, ribadendo una sua personale e indimostrata ipotesi sulla presenza di un garage “amico” dei brigatisti in via dei Massimi 91, circostanza che smentirebbe – a suo dire – l’abbandono delle tre vetture del commando brigatista in contemporanea in via Licinio Calvo e la fuga attraverso le scalette che portano verso via Prisciano, ha sostenuto che vi sarebbero «ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti». E fin qui nulla da obiettare. Ognuno può pensarla come vuole, anche se la disciplina dei riscontri richiede elementi concreti e verificabili, non illazioni senza fondamento. Il problema sorge quando Fioroni insinua che «In tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della Commissione con riferimento a questo profilo». Lavori e stati di avanzamento destinati a diventare di dominio pubblico, quindi se quello fosse stato il fine di “queste terze persone” sarebbe bastato attendere. Di Fioroni, delle attività della sua Commissione, dei suoi carteggi con Loiacono e delle sue proposte indecenti, parleremo nella prossima puntata
Nessun commento:
Posta un commento