martedì 8 maggio 2018

Inclusione sociale, opportunità di realizzarsi. Cosa significa oggi "Il lavoro conta"?

Sentiamo sempre più spesso parlare di lavoretti, lavoro alla spina, micro-lavoro. Giorgio Alleva, presidente Istat, argomentando sulla necessità di realizzare un osservatorio sui mini-jobs italiani, di recente ha affermato che le persone che lavorano a ore, impegnate nella cosiddetta gig economy, sono circa 550 mila persone, il 2,5% degli occupati d'Italia.

La posta in gioco qui non è solo semantica –dal lavoro alla multi-attività dei lavoretti– o esclusivamente giuridica, come nel caso della sentenza del Tribunale di Torino, secondo cui i fattori del food delivery sono lavoratori autonomi. Più in generale, questi casi dovrebbero farci riflettere sulla qualità e sul senso che vogliamo dare al lavoro oggi.
Affermare, nel contesto attuale, che il lavoro conta significa andare in controtendenza rispetto al progressivo e generalizzato aumento dell'incertezza e dell'insicurezza sociale riguardo alle condizioni di vita e di lavoro. Negli ultimi anni, l'instabilità, la fluidità e l'eterogeneità delle carriere lavorative non hanno interessato solo le fasce sociali considerate tradizionalmente deboli e già a rischio di esclusione sociale, ma anche una parte significativa di soggetti con competenze professionali medie e elevate.
Studi recenti mostrano fenomeni di deriva verso forme di lavoro precario e marginale, associate a insicurezza economica e progressiva perdita di diritti. Sono sempre più numerosi i lavoratori la cui integrazione lavorativa non garantisce il pieno godimento delle tradizionali forme di protezione e rappresentanza sociale, incrementando il numero dei casi in cui il lavoro non esclude l'esposizione a forme di povertà.

Dire, in questo quadro, che il lavoro conta significa introdurre una prospettiva che tenta di offrire un argine al suo impoverimento. Una prospettiva che afferma almeno quattro principi:
1. che il lavoro costituisce la principale fonte di reddito, permettendo l'accesso al consumo di risorse necessarie alla sopravvivenza, ma anche al raggiungimento di una vita libera e dignitosa;
2. che il lavoro è anche fonte di autorealizzazione e di confidenza in se stessi, in parte indipendentemente dal livello del reddito;
3. che il lavoro, allo stesso tempo, è espressione della propria identità sociale e terreno di costruzione di reti di relazione che favoriscono lo scambio, la prossimità, l'attivazione di legami di senso e di solidarietà;
4. che è proprio attraverso il lavoro che gli individui accedono ai diritti sociali, alla protezione pubblica e privata di welfare, a forme di rappresentanza e partecipazione associativa e politica.
Se il lavoro conta –e così ci auguriamo– non si possono contrastare gli effetti negativi della trasformazione del lavoro solamente attraverso la compensazione del deficit di reddito con forme di redistribuzione delle risorse (sussidi) o del lavoro ("Lavorare meno, lavorare tutti"). Si devono anche trovare modalità di diffusione della conoscenza e della professionalità che consentano a tutti opportunità di realizzarsi e di (re)inserirsi in contesti lavorativi complessi e dinamici; e sviluppare contestualmente protezioni universalistiche e partecipate all'interno di processi di crescita socialmente sostenibili, fondati su nuove modalità di cooperazione e di qualità sociale e ambientale.
Agire in questo senso vuol dire riassegnare –con il concorso di tutti gli attori coinvolti: le imprese, le parti sociali, la politica– una nuova centralità al lavoro, inteso come fattore di sviluppo e insieme come terreno di emancipazione, integrazione, liberazione individuale e coesione comunitaria.
(Questo post è a cura di Caterina Croce)