martedì 8 maggio 2018

Se “sinistra” fa rima con austerity: la lezione greca


 contropiano
Ieri Matteo Orfini ha affermato che M5S e Lega sono “antitetici alla sinistra”. Se ciò che il buffo presidente del Partito Democratico intendeva indicare con la parola “sinistra” sono le politiche praticate da tutte le varianti del centrosinistra dell’ultimo ventennio (cioè dei governi di Romano Prodi, passando per il sostegno al governo Monti, fino agli ultimi governi guidati da Renzi e poi da Gentiloni) c’è solo da preoccuparsi ed attrezzarsi per avversarla e combatterla questa “sinistra”, perché è esattamente quella cosa che ha prodotto la più grande e grave soppressione diritti sociali degli ultimi settant’anni nel nostro pase.

Ma eccola là la nuova frontiera della “sinistra” europea, il paradigma greco che ora viene agitato come modello per l’Italia e gli altri “Pigs”: “La crescita della Grecia ha doppiato quella dell’Italia” titola il renzianissimo Linkiesta.
A che prezzo? Un punto di PIL in più in cambio di milioni di persone che non arrivano nemmeno alla metà del mese, che non vengono più curate e che vengono buttate fuori dalle loro case ipotecate da banche tedesche e francesi.
Se un tempo l’oggetto della parola “sinistra” era il “popolo”, le sue aspirazioni di uguaglianza, emancipazione e riscatto, ebbene, oggi, seguendo la lezione di Saussure o di un Lacan, non possiamo fare a meno di osservare che la parola “sinistra” nel linguaggio comune, è ridotta ad un significante vuoto, perché priva ormai di una qualsiasi relazione con il contesto storico e simbolico che ne ha determinato il significato per circa un secolo e mezzo.
In fondo la Grecia è stata il vero laboratorio di questa trasformazione definitiva ed Alexis Tsipras si è via via trasformato in un esecutore fedele dei diktat che inizialmente aveva tanto osteggiato; e la sua statura politica, tanto osannata in certi ambienti della “sinistra residuale” italiana alla ricerca di un papa straniero, alla lunga, si è dimostrata irrilevante, perché la sua iniziativa è stata pressoché annullata da Bruxelles, che ha ignorato completamente la volontà popolare espressa nella grandissima prova democratica del referendum del 2015 facendo commissariare dalla Troika il paese ellenico ribelle proprio contro quel risultato e contro quella volontà.
Qualcosa che assomiglia molto alla palude post-elettorale cui stiamo assistendo in questi giorni in Italia. Il voto ha espresso una maggioranza fortemente critica nei confronti dell’Unione Europea e tuttavia ogni cosa sembra cospirare contro la possibilità che si formi un esecutivo in grado di rappresentare questo orientamento. Nonostante le rassicurazioni, i viaggi alla City e le improvvise professioni pro-UE, Di Maio non è riuscito a far dimenticare la storia anche recentissima del suo movimento che ha espresso, fino all’altro ieri, posizioni radicalmente critiche nei confronti dell’euro; e non è un caso che Beppe Grillo abbia ritirato fuori, proprio in questi giorni, la proposta di farci su un referendum.
Quanto all’altra formazione “antisistema” che è uscita vincente dalle elezioni, Salvini appare incatenato a Berlusconi per i noti guai finanziari e giudiziari della Lega ed ha preferito ripiegare sull’obiettivo di capitalizzare a suo favore il declino di Berlusconi.
E così, com’era abbastanza prevedibile, si prospetta un governissimo del Presidente che in teoria dovrebbe occuparsi soltanto di approvare una nuova legge elettorale che favorisca la “governabilità” ma che, in pratica, servirà a fare la famigerata manovra correttiva da almeno 30 miliardi di cui almeno 12 per la riduzione del deficit richiesti dall’Unione Europea. Sullo sfondo c’è la fine del mandato di Mario Draghi alla guida della BCE e l’annunciata chiusura del Quantitative Easing .
Ma non finisce qui: una probabile impennata dello spread insieme allo spauracchio delle “clausole di salvaguardia” sarebbero la scusa perfetta per prolungare la vita di un governo tecnico che azioni il famigerato “pilota automatico” con cui Bruxelles si assicurerebbe che il nostro paese rispetti il Fiscal Compact, continuando a tagliare tra i 50 ed i 60 miliardi di spesa pubblica all’anno per mantenersi in linea con gli obiettivi prefissati di “ riduzione del deficit”.
Dunque, tutto lascia presagire che sia proprio l’Italia il prossimo paese candidato a fare da laboratorio, su più vasta scala, delle rigide politiche di austerity che hanno ridotto la Grecia ad una landa in cui l’unica protezione sociale ai suoi cittadini è quella che viene offerta dal volontariato e dalle organizzazioni di base.
Se la parola “sinistra” nel discorso pubblico ha assunto questo significato, certamente opposto a quello che le era attribuito un tempo, c’è da temere seriamente che tutte le repubblichette di Weimar che useranno come foglie di fico per nascondere le politiche di rigida austerity e di smantellamento dello stato sociale imposte dalla #Troika verranno, prima o poi, fatalmente, travolte dai sempre più estesi movimenti reazionari di massa di cui l’Europa, ahimè, è già piena.