domenica 28 febbraio 2021

“Memorie di un filologo complottista” di Francesco Benozzo

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intervista a Francesco Benozzo
letture.org

Prof. Francesco Benozzo, Lei è autore del libro Memorie di un filologo complottista pubblicato da Edizioni La Vela. Il complottismo rappresenta l’abito mentale naturale di un filologo, mosso, forse più degli altri, dalla ricerca della verità; in che modo il complottismo costituisce un dovere anche per la stessa scienza, che – come Lei afferma nel pamphlet – «o è complottista o è qualcosa di diverso dalla scienza»?
L’opposizione oggi in voga tra complottisti e seguaci della scienza è un pretesto, o meglio un tentativo di liquidare come paranoici o infondati i tentativi di capire qualcosa al di là della narrazione univoca. In questo mio libro ho deciso di assumere l’aggettivo/sostantivo “complottista” come una qualità e non come un insulto. Se la filologia cerca, a partire dalle tracce, una narrazione che va oltre la cronaca o l’apparenza delle cose e delle parole – e lo ha sempre fatto, essendo questo un fatto connaturato al suo statuto di disciplina storica – allora la filologia è certamente, e fieramente, “complottista”, nel senso in cui intende questa modalità di azione il filosofo-epistemologo Jürgen Hambermas, per il quale il complottismo, a prescindere dalle sue conseguenze talvolta eccessive, è semplicemente un’attitudine del pensiero che non si accontenta delle apparenze e che cerca delle ragioni plausibili che spieghino i fenomeni della realtà.

Personalmente, ritengo che la scienza propugnata oggi attraverso i media e rafforzata dalle ben note strategie di terrore generalizzato, sia una caricatura mostruosa della vera scienza, essendosi trasformata in qualcosa di autoritario, mononarrativo, invasivo. Da Galileo in poi, la scienza è un’arte del dubbio e della confutazione. Gli scienziati al potere sono un pericoloso segnale, ma temo ormai addirittura un esito, del decadimento civile e morale – come si sarebbe detto un tempo – delle società post-moderne.

Quale accezione veicola l’etimologia del termine complotto?
Il termine complotto è attestato per la prima volta in forma scritta in antico francese, nel secolo XII, nella variante complot, che significa ‘folla, riunione di persone’, e che è presumibilmente imparentato con il latino cumulus ‘mucchio (di persone)’, e forse anche con il latino complex ‘complice’, un termine che a sua volta viene dal verbo complicare ‘avvolgere insieme’. A mio parere l’origine del termine è però più antica, ed è quella documentata ad esempio dal nome di luogo Complutica, di cui parlano gli storici greci e latini a proposito dei territori della Galizia spagnola, che in epoca preistorica e protostorica erano territori di insediamento celtico. Questo nome fa riferimento a una forma celtica complou-to ‘scorrere insieme’, e dunque a un luogo con presenza di acque, una piana dove esse si raccoglievano. Ritengo che questa radice celtica sia quella all’origine della parola inglese plot ‘trama, schema narrativo’, che in epoca antica (sec. X) significava ‘appezzamento di terreno’. Le trame spesso nascoste che i cosiddetti complottisti cercano di individuare dietro le spiegazioni monocordi sono cioè simili, in fondo, alle reti di ruscelli e rivoli che solcano un terreno anche quando sembrano non esserci.

Quale posizione esprime, nei confronti di quella che definisce «una sproporzionata e aberrante messa in scena», un “sano” complottismo?
Credo sia più una questione di “attitudine” che di “posizione”. Il mio volumetto in questione è una specie di piccolo manuale del dubbio e sul dubbio, e non è certamente un caso che compaia in questi mesi di emergenza sociale e di smarrimento percettivo. Non ho certamente paura a ripetere, come ho fatto fin dai primi giorni di marzo del 2020, che ritengo che siano state messe in atto misure sproporzionate e non giustificabili. Anche se spesso ho dovuto sopportare, per questa mia posizione, diverse accuse, alcune minacce e numerosi insulti – sia all’interno del mondo universitario che da parte di persone scandalizzate dalle mie esternazioni – resto fermo, in virtù di quanto osservo senza alcun pregiudizio, sulle mie idee. È per me una ragione di conforto pensare che, insieme ad altri, a pensarla non diversamente da me sono state e sono persone autorevoli e stimabili, non certo relegabili in una gabbia di matti occasionali e nemmeno accusabili di un’ansia di protagonismo. Tra gli altri, penso con gratitudine soprattutto alla lucidità misurata di un filosofo timido e universalmente noto come Giorgio Agamben, la cui voce sobria e acuta si è fatta sentire anch’essa fin da subito, per esprimere legittimi dubbi a partire da quello che egli ha chiamato in diversi suoi scritti degli scorsi anni lo “stato d’eccezione”, che tutto d’un tratto si è palesato sotto i nostri occhi con le sue modalità oppressive, autoritarie, surreali. Affibbiare ad Agamben l’etichetta di “negazionista”, se non altro per la storia che egli incarna come persona oltre che come studioso, diventa una conferma della malafede collegata alla narrazione autoritaria imposta. L’istinto del dubbio appartiene a Homo sapiens fin dal Paleolitico, ed è certamente uno degli slanci cognitivi legato alle capacità di “leggere” e immaginare il mondo che ne hanno consentito l’evoluzione rispetto agli altri primati. L’attuale impossibilità di sostenere posizioni contrarie a quella ufficiale senza venire tacciati di qualche nefandezza, vale a dire l’attuale sospensione di ogni possibile dibattito, ricorda pericolosamente certi scenari distopici intuiti dalla fantascienza già a fine Ottocento, se non addirittura periodi storici cupi che nella sua storia la nostra specie non ha certo mancato di esplorare.

In che modo la nostra visione dell’esistenza è una conseguenza dell’invenzione del concetto di tempo?
Per il 99,9 per cento della nostra esistenza siamo stati cacciatori e raccoglitori, e le categorie che plasmano il nostro modo di essere, di pensare, di immaginare sono ancora necessariamente le categorie spaziali che abbiamo sviluppato nei milioni di anni in cui ciò che contava era il territorio, la distanza, la localizzazione. Questa circostanza è ben documentabile a livello linguistico, studiando gli aspetti spaziali delle lingue e verificando come quelli temporali siano una derivazione di questi. Soltanto con il Neolitico, circa 10.000 anni fa, quando abbiamo incominciato ad allevare ciò che cacciavamo e a coltivare ciò che raccoglievamo, possiamo dire che sono subentrate le categorie legate al tempo, perché soltanto dopo questa rivoluzione sono diventate cruciali l’osservazione delle stagioni, la percezione dei cicli lunari, la consapevolezza della successione delle generazioni. Il tempo, da cui oggi siamo governati, è in fondo un’invenzione neolitica. In termini paletnologici, cioè, la dicotomia spazio/tempo illustra la dicotomia Paleolitico/Neolitico, e si porta dietro altre biforcazioni che rappresentano e illustrano la nostra recente storia e la nostra attuale deriva evolutiva. Tra le tante, basta che ricordiamo nomadismo vs. stanzialismo, società libertaria-orizzontale vs. società stratificata-verticale, assenza del concetto di proprietà vs. accumulo dei beni e nozione di possesso, matriarcato vs. patriarcato, totemismo animale come forma di animismo ecosistemico privo del concetto di trascendenza vs. religione antropomorfa e gerarchica dotata di regole e per accedere a una vita dopo la morte, scontri tra piccole comunità nel territorio di caccia vs. guerre per il dominio del territorio. In questo senso possiamo dire che la nostra visione dell’esistenza – stanziale, stratificata, patriarcale, provvista di forme religiose e spesso disciplinata da esse, divisa in stati, regolata da alternanze di guerre e di tregue alle guerre stesse – è una conseguenza dell’invenzione del concetto di tempo.

Il 2021 è l’anno delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante: quali forme assume la ‘congiura dei dantisti’ da Lei denunciata?
Ho intitolato così quel capitolo – La congiura dei dantisti – riproponendo nel libro un Appello all’UNESCO per liberare Dante dai dantisti, che ho pubblicato qualche anno fa. Si tratta di pagine in fondo scherzose, ma nascono nondimeno da una mia costernazione per i livelli di astrazione e di autoreferenzialità raggiunti, tra gli studi filologico-letterari, in particolare da quelli relativi a Dante. Il mio sconcerto parte dalla costatazione del numero di articoli, libri, seminari, convegni e dibattiti dedicati a Dante, secondo i miei calcoli quantificabili intorno ai 900.000. Questo fatto fa capire, se non mi sbaglio io, a quali livelli di astratta reificazione dei testi possa giungere la filologia, in questo caso quella dantesca. Uso il termine reificazione per indicare la tendenza a una rinuncia alla comprensione di ciò che si studia o di cui si parla, magari attuata attraverso un’iper-comprensione: qualcosa che in entrambi i casi indica che ci si lascia sovrastare dal fenomeno o dal testo studiato, e che, soprattutto, si smette di guardarlo per quello che è, confondendo in questo caso la bibliografia con la realtà.

In cosa deve tradursi, per la filologia, la spinta ad un «anarchismo epistemologico»?
La filologia è nata come arte eversiva – Luciano Canfora la chiama “la più eversiva delle discipline” – in quanto, alle sue origini, ha rivendicato il diritto di leggere e studiare le Sacre Scritture essenzialmente come testi, strappandole all’oscurantismo di chi ne era il custode e ne rivendicava il possesso. La mia sensazione è che in molti casi i filologi abbiano poi tradito questa natura rivoluzionaria, finendo per sostituirsi agli oscurantisti che avevano combattuto, e considerandosi i detentori della tradizione culturale e dei testi da essi studiati. Si tratta, come purtroppo sappiamo, del malinconico destino di quasi tutte le rivoluzioni. L’anelito alla libertà resta però costitutivo della filologia, e va a mio parere preservato come sua vera essenza, ma penso che sia necessario, per la libertà, emanciparsi dal limite di concepire se stessa come affrancamento da qualcosa, come risposta a un sistema dogmatico, come alternativa a una condizione. Diversamente, si rischia sempre di trasformare l’amore per l’ignoto in un’ossessione per l’esattezza e l’ansia fondamentalmente eversiva di conoscere direttamente i testi nella rivendicazione di un metodo seriale per misurarli. L’istinto libertario deve sempre mantenersi sulla frontiera fluttuante dell’arbitrio, per liberarsi dal rischio costante di metamorfosi dogmatiche. Nel corso della sua storia, la filologia ha cercato di fondare la libertà per meglio disegnarla attraverso i limiti in cui essa era costretta, comportandosi in questo senso come una specie di liberalismo, tendendo insomma a un massimo grado di stabilità. Ciò che può ancora fare, invece, è sottrarre la libertà da qualsiasi vincolo, valorizzando la sua potenza illimitata, comportandosi come una specie di anarchismo. Questa è certamente una delle direzioni che vorrebbe sempre tenere presente quella che in altri libri ho chiamato l’Etnofilologia.

FONTE: https://www.letture.org/memorie-di-un-filologo-complottista-francesco-benozzo

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