giovedì 12 luglio 2018

Siamo tutti potenzialmente lavoratori in soprannumero.

Nei giorni dell'approvazione del decreto dignità viene da ripensare a che cosa sia diventato oggi il lavoro, nell'età della industria 4.0. Provo a farlo usando alcuni spunti del recente libro di Domenico De Masi "Il lavoro nel XXI secolo".
 
 

Se nella società industriale la ricchezza è stata distribuita soprattutto in base alla quantità e alla qualità del lavoro svolto da ciascuno, nel XXI secolo, in cui la ricchezza crescente è sempre meno prodotta dall'uomo, sarà impossibile ridistribuirla solo in base al criterio del lavoro umano e alle sue convenzioni arbitrarie.
Un esempio a mo' di paradosso: se due donne badano ciascuna al proprio figlio, sono considerate casalinghe e non vengono pagate; se ciascuna di esse bada al figlio dell'altra, è considerata babysitter e va retribuita.
La tappa piú recente dell'industria 4.0 – spiega De Masi – è stata segnata dalle macchine che apprendono dagli uomini e insegnano ad altre macchine. Ormai, rispetto ai primi robot dell'Mit, i nostri smartphone sono ben più servizievoli e docili perché, consentendoci di comunicare attraverso la scrittura, la parola, la musica e l'immagine, ci permettono di teleapprendere, telelavorare, teleamare e telegiocare. Tutto questo grazie ad alcuni algoritmi e soprattutto al microprocessore che raddoppia la sua potenza ogni diciotto mesi. Purtroppo a causa della nostra incapacità a capire che cosa sia la funzione esponenziale ci è difficile immaginare le conseguenze di una siffata crescita.
Ecco che in questa transizione instabile emergono criteri nuovi, tendenze in atto, nell'orizzonte imploso del lavoro, tutte e tutti però di segno ambivalente. Prendiamo "prosuming" e disintermediazione. Man mano che il reddito diminuisce, che il lavoro scarseggia, che le tecnologie si perfezionano e si miniaturizzano, il lavoratore a tempo pieno si trasforma in prosumer – produttore e consumatore insieme – svolgendo attività gratuite, destinate a se stesso, in un'economia che non implica scambio ma uso diretto.

Il concetto di prosuming, è sempre più attuale dal momento che c'è sempre più gente che fa la pasta in casa, che si fa analisi mediche e si cura da sola, che coltiva ortaggi sul terrazzo, che segue corsi di cucina e di cucito. Ed è sempre di piú la gente che cuoce cibi precotti o assembla mobili dell'Ikea, trasformandosi in bricoleur pur di risparmiare.
Intanto aumenta la tendenza al self-help, lo sviluppo della telematica permette di fare acquisti senza muoversi da casa, e da tempo, le stazioni di servizio consentono di fare benzina tramite self-service.
Il prosuming rappresenta un benefico espediente cui possono ricorrere i disoccupati per ridurre le spese ma, allo stesso tempo – ecco l'ambivalenza che rileva De Masi – provoca disoccupazione perché evita il ricorso alle prestazioni altrui.
Altra causa è la disintermediazione: preleviamo soldi in banca tramite bancomat, compriamo libri tramite Amazon, guardiamo film su Netflix rendendo superfluo il lavoro del cassiere, del libraio e del proiezionista. I quali, secondo una catena infinita, per evitare la disoccupazione, oltre a prevedere tempestivamente l'arrivo del bancomat, di Ikea e di Netflix, avrebbero dovuto riciclare la loro professionalità per adattarla a lavori nuovi, ammesso che ce ne fossero.
La conseguenza di tutto questo è che la meravigliosa età del prosuming, in cui il lavoratore avrebbe dovuto coniugare l'attività di consumatore con quella di produttore in un "bricolage liberatorio", si traduce nella gig economy. 
Quella per cui, scomparsi i lavori a tempo pieno, si è costretti a ripiegare su un'accozzaglia di lavoretti che, messi insieme, superano di gran lunga la fatica e lo stress del lavoro full-time restando però lontani anni luce dall'ammontare della sua retribuzione.
È lo stesso trucco della sharing economy.
Sfuma la distinzione tra imprenditore e dipendente: quando il datore di lavoro metteva i capitali di rischio e prendeva i profitti mentre il dipendente metteva il lavoro e prendeva il salario.
Al posto invece abbiamo ora i ruoli che si confondono e il lavoratore può illudersi di essere autonomo mentre, in fin dei conti, resta un dipendente sfruttato. 
Uno sfruttamento che, ahimè, è sempre più pervasivo nel settore del commercio, dei trasporti, dei servizi alle imprese, dell'industria, del giornalismo, dei lavori autonomi, della finanza, delle assicurazioni, della sanità, dell'insegnamento.