venerdì 11 maggio 2018

Gli enormi rischi della fine dell’accordo nucleare con l’Iran.

La decisione del presidente Usa Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo nucleare con l'Iran è una mossa sconsiderata motivata da menzogne e mezze verità e basata su assunti illusori.
 
 
Riccardo Alcaro Responsabile di ricerca Istituto affari internazionali IAI
Partiamo dalle menzogne e mezze verità.
Trump ritiene che l'accordo nucleare ha premiato un regime malvagio che sostiene il terrorismo e minaccia la sicurezza regionale causando disordini e conflitti in tutto il Medio Oriente. L'accordo non solo non ha moderato le politiche regionali dell'Iran, ma nemmeno posto un freno allo sviluppo del suo programma balistico.
La produzione di missili balistici è tanto più preoccupante perché l'Iran avrebbe senz'altro ripreso la corsa verso l'atomica quando i limiti allo sviluppo del suo programma nucleare civile sarebbero venuti meno tra il 2015 e il 2030.
Infatti, ha detto Trump, l'Iran non ha mai abbandonato le sue ambizioni nucleari militari, come rivelato da Israele la settimana scorsa, di fatto rendendo l'intera impalcatura dell'accordo un inganno.
Chi ha dimestichezza con il lessico di politica estera americano sa che l'uso di parole come 'malvagio' o 'maligno' non dipende tanto da quello che uno stato straniero fa quanto dal fatto se quello stato è allineato agli Stati Uniti.
Dal 1979 in poi, da quando cioè un regime islamista di matrice rivoluzionaria ha rovesciato il regime dittatoriale e repressivo ma filo-americano dello scià, l'Iran si è distinto come il meno allineato dei paesi della regione.
Il motivo per cui i leader americani –Barack Obama escluso– faticano a concedere all'Iran dignità di nemico e devono bollarlo come "malvagio" è lo squilibrio di forze.
L'Unione Sovietica era altrettanto malvagia, ma aveva sufficienti carri armati, aerei e bombe atomiche perché il buon senso prevalesse sull'ideologia. L'Iran no. In più si è messo contro le più influenti lobbies di politica estera a Washington, quella pro-Israele e quella pro-Arabia Saudita.
Ecco che si spiega come mai il sostegno che l'Iran dà a forze come Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano o gli Houthi in Yemen (la lista è più lunga, ma qui accorciamo per comodità) diventi sostegno al terrorismo.

Il fatto che questi gruppi impieghino tattiche terroristiche al servizio di un'agenda nazionale che non ha nulla a che fare con il messianismo nichilista di al-Qaeda o Isis conta poco.
Trump, per l'inciso, ha anche accusato l'Iran di sostenere i Talebani in Afghanistan e addirittura al-Qaeda stessa.
Si è convenientemente scordato di dire che l'Iran ha dato aiuto limitato ai Talebani solo dopo che gli americani si sono rifiutati di riconoscere il ruolo dell'Iran nella transizione post-Talibani nel 2001 e che, se c'è un paese che sostiene i Talebani, quello è il Pakistan, che pure l'America considera un partner nella lotta al terrorismo.
Per quanto riguarda al-Qaeda, è vero che c'è un patto di non-aggressione tra l'ultra-sunnita al-Qaeda e lo sciita Iran, ma di qui a dire che l'Iran sostiene al-Qaeda ce ne passa.
Piuttosto, al-Qaeda è ideologicamente (e non solo) un prodotto del wahhabismo imperante in Arabia Saudita, oggi l'alleato n.2 dell'America di Trump dopo Israele. Evidentemente, vedere l'Iran come "malvagio" fa sembrare tutti gli altri più buoni.
Con poche eccezioni, l'Iran è circondato da paesi ostili. Conquistarsi influenza in Libano, Siria, Iraq e Yemen è per il regime uno strumento di deterrenza contro i suoi avversari. Questi ultimi invece vi vedono un disegno egemonico, nonostante l'influenza dell'Iran sciita e persiano su una regione in massima parte popolata da arabi sunniti è, per così dire, auto-limitante.
A questo va aggiunto che il bilancio per la difesa dell'aspirante egemone oscilla attorno ai 17 miliardi di dollari, mentre quello dei paesi minacciati va dai 20 circa di Israele (più i 3 annuali in aiuti americani) ai 70 circa di quello saudita.
Israele, naturalmente, può contare su un arsenale di un'ottantina minimo di bombe atomiche. Che l'Iran moderi o meno le sue politiche regionali non ha niente a che vedere con l'accordo nucleare e tutto a che fare con questo equilibrio di forze precario.
Di fatto Trump ha accusato l'Iran di non avere sacrificato quelli che percepisce come fondamentali interessi di sicurezza –anche se è altamente opinabile che la sicurezza dell'Iran sia garantita da basi militari in Siria, vista la comprensibile reazione di Israele. Un discorso simile va fatto per i missili balistici. È vero che un missile balistico in teoria può portare una testata atomica, ma è altrettanto vero che può portare una testata convenzionale.
L'Iran è stato vittima di selvaggi attacchi missilistici da parte dell'Iraq durante la guerra del 1980-88, e le sue forze aeree sono decrepite. I missili sono un economico strumento di deterrenza a cui non può rinunciare senza disarmarsi.
È vero infine che i limiti imposti al programma nucleare iraniano dall'accordo sarebbero venuti meno tra il 2025 e il 2030. È altrettanto vero tuttavia che il regime di ispezioni -il più intrusivo mai creato, contrariamente a quanto sostenuto da Trump– non sarebbe scaduto.
Ma anche questo Trump non l'ha detto.
Si è invece soffermato sulle violazioni dell'accordo da parte dell'Iran, in realtà infrazioni minime subito corrette, di nuovo scordandosi che sono stati gli Stati Uniti a mancare ai loro impegni. Già da prima del ritiro, infatti, l'amministrazione Trump aveva sistematicamente scoraggiato il rilancio degli investimenti in Iran.
Insomma, il ritiro dall'accordo nucleare non ha motivazioni tecniche, ma politiche. Trump è convinto che l'Iran, di nuovo sotto pressione, capitolerà, oppure che il regime collasserà.
E qui siamo nel regno degli assunti illusori.
Avendo ritirato gli Usa ingiustificatamente dall'accordo, Trump non sarà in grado di riprodurre l'unità del fronte delle sanzioni che ha spinto l'Iran al tavolo negoziale. Europa, Cina e Russia –le altri parti dell'accordo– non ne vogliono sapere.
E se anche l'Iran dovesse lasciare l'accordo e attirarsi le sanzioni europee, troverebbe una sponda a Pechino e Mosca. 
Insomma il regime non sarebbe isolato. In ogni caso, il record storico della Repubblica islamica indica chiaramente che è un sistema piuttosto resistente alle pressioni.
Trump farà di tutto per stringere la morsa, appoggiando gli attacchi israeliani contro obiettivi iraniani in Siria (o partecipandovi direttamente) e sanzionando tutti i paesi che vogliano fare affari con l'Iran, Europa compresa. È molto difficile che l'accordo nucleare possa reggere in questa situazione.
Per collasso o ritiro iraniano, è probabile che cesserà di funzionare nel breve-medio periodo, e l'Iran riprenderà le attività sospese. A quel punto all'America e Israele non resterà che bombardare le infrastrutture nucleari iraniane. In rappresaglia, l'Iran mobiliterà i suoi alleati in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Il rischio di incidenti che coinvolgano le forze russe schierate in Siria aumenterebbe esponenzialmente.
Nel frattempo, l'Iran continuerebbe a lavorare alla bomba, perché per ammissione del Pentagono un bombardamento può rallentare ma non distruggere il programma nucleare.
A quel punto la tentazione di emulare l'Iran in Arabia Saudita –e forse anche in Turchia e Egitto– potrebbe diventare irresistibile, e avremmo una corsa alle armi nucleari nella regione, nonché il collasso del regime di non-proliferazione nucleare.
Ma se anche Trump avesse ragione e il regime iraniano crollasse, gli effetti non sarebbero meno destabilizzanti. Checché se ne dica in America, il regime iraniano conta su considerevole consenso interno, e non andrebbe giù in modo indolore. Per figurarsi la magnitudo delle implicazioni di una guerra civile iraniana, basta mettere insieme quelle dei conflitti in corso in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen tutte insieme, e moltiplicarle per due.
Trump sostiene che l'accordo con l'Iran era un ostacolo alla pace. A consigliarlo è John Bolton, uno degli architetti della guerra in Iraq, che nonostante abbia avuto effetti disastrosi sulla sicurezza internazionale Bolton considera un successo. Visti i rischi descritti sopra, è pacifico supporre che Bolton considererà il ritiro degli Usa dall'accordo nucleare con l'Iran un trionfo.