sabato 5 maggio 2018

Classe Operaia. La “sharing economy” e i nuovi orizzonti dello sfruttamento.

Il 24 e il 25 aprile a Bruxelles sono stati organizzati, rispettivamente da Jeunes FGTB e dalla comunità degli antifascisti italiani in Belgio, due incontri che hanno portato al centro del dibattito la questione delle condizioni lavorative dei cosiddetti riders, i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali di consegna di cibo a domicilio (“food delivery”), come Foodora e Deliveroo.
 
 

Al giorno d’oggi, anche il mondo del lavoro è soggetto a trasformazioni continue alle quali il sistema ultra-rigido delle relazioni industriali non riesce a far fronte.
Infatti, la fine del modello fordista viene generalmente fatta risalire al periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. Alla crisi di questo modello concorsero una pluralità di fattori inerenti sia all’ambito prettamente economico sia alle altre sfere politiche, sociali e culturali: la saturazione del mercato di base dei beni industriali durevoli, gli shock petroliferi, l’aumento della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione con più basso costo del lavoro, l’introduzione di nuove tecnologie, la fine del regime dei cambi fissi e il conseguente aumento dell’instabilità sul mercato internazionale, l’esplosione della conflittualità sociale a partire dal ‘68. La peculiarità del sistema capitalistico, tuttavia, risiede proprio nella capacità di sfruttare a proprio favore gli elementi di rottura, e di riconfigurare la sua struttura in base a questi. È così che le istanze e le rivendicazioni portate avanti dai movimenti del ’68 sono state assorbite, rimaneggiate e rilanciate dal capitalismo anche in chiave economica.
Depurate da concezioni politiche e rivendicazioni salariali, le critiche al sistema fordista si sono trasformate nelle nuove parole d’ordine dei luoghi di lavoro: pluralità dei compiti, diversificazione delle funzioni, flessibilità dell’orario di lavoro, autorealizzazione, creatività, mobilità del posto di lavoro. Questi elementi hanno contribuito alla trasformazione del sistema di produzione, ma anche delle condizioni contrattuali di ciascun lavoratore, le quali si sono sempre più diversificate le une dalle altre. Rendendo meno rigido il momento produttivo e aumentando la percezione di autorealizzazione personale, “il capitalismo sorto negli anni ’80, in rapporto a quello degli anni ’50, ha certamente aumentato il suo appeal”, come ha scritto Davide Gallo Lassere nel suo libro Contre la loi travail et son monde. Argent, précarité et mouvements sociaux.
Le parole chiave della nostra epoca sono flessibilizzazione ed economia della condivisione, o meglio flexecurity e sharing economy perché hanno un suono più gradevole dietro al quale, tuttavia, si celano più oscure verità.
Come ci spiega Yoann Jungling, della FGTB Liège e autore del libro Vivre à l’ère d’Uber et d’Atlas, entre progrès et régression, nell’incontro del 24 aprile, il “cooperativismo delle piattaforme” è ben diverso dal “capitalismo delle piattaforme”: il primo si basa sul principio della proprietà collettiva, il secondo sull’utilizzo, invece che sull’acquisto, di un bene o un servizio e genera profitto tramite lo sfruttamento dei lavoratori (ecco che ritorna la famosa “storiella” del plusvalore generato dal pluslavoro, mai così attuale).
Infatti, questo sistema fa passare per lavoratori autonomi quelli che sono in realtà dei lavoratori parasubordinati – una nuova categoria intermedia tra il lavoro autonomo e quello dipendente – e giustifica il rischio della privazione di tutele attraverso la libertà di scelta. Quante volte abbiamo sentito dire: “ma se non gli va bene può pure cambiare lavoro! Di lavoretti così se ne trovano tanti”. Siamo nell’era della gig economy. Il capitalismo delle piattaforme, infatti, mira ad offrire dei “lavoretti” che siano facilmente accessibili e flessibili, specie per gli studenti o i giovani lavoratori (non va dimenticato, infatti, che il costo degli studi e il numero dei lavoratori precari stanno aumentando vertiginosamente). Nella realtà dei fatti, però, in una condizione di forte crisi economica e di alto tasso di disoccupazione, questi lavoretti diventano sempre più l’unica attività di sussistenza dei lavoratori. Va poi aggiunto che questa tanto proclamata libertà di scelta costituisce un falso mito: nel caso di Deliveroo – ci spiegano i ragazzi del collettivo dei fattorini di Bruxelles (Collectif des coursier-e-s / KoeriersKollectief) all’incontro del 25 aprile – più un fattorino si assenta, meno possibilità avrà di lavorare poiché l’algoritmo registrerà le assenze e diminuirà progressivamente il numero di consegne da affidargli.
Dunque, dietro la retorica giornalistica dell’innovazione e delle nuove frontiere del lavoro, dietro i misteriosi termini inglesi che ormai hanno preso il sopravvento sul classico codice linguistico del mondo del lavoro (fatto già sperimentato in Italia con il Jobs Act renziano) e dietro i falsi miti della libertà, dell’indipendenza e dell’individuo imprenditore di sé stesso, non c’è altro che la solita vecchia divisione tra sfruttati e sfruttatori. Solo che ora è sempre più difficile individuare il padrone, poiché questo si nasconde dietro una distorta costruzione matematica: l’algoritmo, questa cosa sconosciuta, ma che non può che essere giusta e corretta perché così ci è stato ripetuto infinite volte fin dalle scuole elementari. Il fordismo sarà pure tramontato (in parte), ma ci troviamo in quello che Marta Fana ha chiamato, nell’incontro del 25 aprile, neo-taylorismo – o taylorismo digitale – in cui l’organizzazione scientifica del lavoro è gestita dalle macchine che controllano il lavoro e individuano il modo più efficiente e veloce (per produrre valore per l’impresa) di effettuare una determinata mansione.
Ma non solo. La forza degli sfruttatori sta anche nel turnover, nell’assenza di legislazione e di protezione sindacale, nella retribuzione a cottimo, nel continuo cambio degli statuti dei lavoratori. Sì, perché in Belgio i ciclo-fattorini di Deliveroo erano inizialmente pagati a ore; poi un giorno una mail improvvisa li avvertì che il loro status sarebbe cambiato di lì a poco trasformandoli in lavoratori indipendenti e che sarebbero stati pagati à la tâche. Chiunque si fosse rifiutato di accettare questi cambiamenti sarebbe stato eliminato dalla piattaforma. È in quel momento che un gruppo di ciclo-fattorini ha deciso di mettere insieme le forze per trovare delle strategie di lotta, come quelle dello sciopero ogni sabato o dell’occupazione della sede di Bruxelles. Stessa cosa in Italia dove i riders di Deliveroo Torino hanno deciso di occupare la sede italiana della piattaforma, che si trova a Milano, dopo che le richieste di dialogo con la controparte dirigenziale sono state più volte respinte dalla stessa. Inutile dire com’è finita: insulti, spinte e manganellate da parte della polizia antisommossa hanno in poco tempo messo fine all’occupazione. In entrambi i casi Deliveroo ha utilizzato come strategia mediatica quella di isolare il caso e dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, screditando le proteste, criminalizzando i lavoratori in lotta e accusandoli di essere solo un piccolo gruppo di sovversivi.
Nel frattempo a Torino il Tribunale del lavoro ha respinto il ricorso dei sei rider di Foodora il cui rapporto di lavoro era stato interrotto poiché avevano preso parte alle mobilitazioni del 2016 in cui si rivendicava un più giusto trattamento economico e normativo. Secondo il tribunale, l’interruzione del rapporto di lavoro è da dichiarare legittima dal momento in cui manca il vincolo della subordinazione. I ciclo-fattorini sono, dunque, dei collaboratori autonomi, benché essi siano reperibili, monitorati e valutati in maniera costante e continuativa.
Questo non ha, però, scoraggiato i colleghi di Bologna, i quali sono riusciti ad arrivare ad un accordo con il Comune per l’istituzione di una “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”. Le pretese non sono alte: chiedono solo di lavorare in sicurezza con coperture assicurative, indennità in caso di maltempo, una paga minima oraria, la tutela della privacy e dei dati personali. Il minimo sindacale, dunque. Sì, perché nel 2018 c’è ancora chi è costretto a chiedere di essere riconosciuto come lavoratore (e non come un appassionato di ciclismo), di avere un monte ore garantito, un indennizzo per gli straordinari, una copertura assicurativa, un rimborso spese per gli oneri di mantenimento degli strumenti di lavoro e la fornitura di un’attrezzatura adeguata. Va ricordato, infatti, che la bici e il cellulare, principali strumenti dei riders, devono essere di proprietà del lavoratore, mentre la piattaforma fornisce solo gli zaini, per i quali spesso vengono trattenute delle percentuali sui “guadagni” dei fattorini. Come se non bastasse, alcune piattaforme, come UberEats, addebitano una somma di denaro, da loro definita “simbolica”, ai riders solo per il fatto che prestano i propri servizi all’impresa. Oltre al danno, la beffa!
La mancanza di legislazione e di regolamentazione di questo nuovo mondo del lavoro gioca tutto a favore delle piattaforme digitali che possono, oltre che spremere i lavoratori, prendere tempo per far in modo che la campagna mediatica da loro messa in campo possa giocare a loro favore nella formulazione delle future leggi. Sostenere, ad esempio, di apportare un aumento dei profitti nel settore della ristorazione, in un momento di grande crisi delle piccole e medie imprese, non può che essere visto di buon occhio dai nostri acuti governi. In realtà, neanche gli stessi ristoratori si rendono conto del potenziale pericolo che queste piattaforme rappresentano: “basti pensare – ci dice un ragazzo del collettivo dei riders di Bruxelles – che Deliveroo in Inghilterra sta cominciando a fare concorrenza ai ristoranti nella produzione stessa del cibo”.
C’è, però, chi non si vuole arrendere alle forti difficoltà di organizzazione delle lotte anche in un contesto di alto turnover e grande diversificazione degli status dei lavoratori. Ed è per questo che il 1° maggio è stata una giornata di rivendicazione dei diritti non solo dei lavoratori dipendenti, ma di tutti gli sfruttati: dagli studenti e dai migranti costretti a lavorare gratuitamente agli insegnanti precari, dai tirocinanti sottopagati ai lavoratori in part time involontario, dalle lavoratrici costrette a subire le ingiustizie e le disuguaglianze sul lavoro ai giovani che si arrangiano con mille e più lavoretti.
C’è poi chi attacca le piattaforme per vie legali e chi si rimbocca le maniche per mettere in piedi progetti alternativi, come delle piattaforme concorrenti a quelle che detengono il monopolio, ma che si basano sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione (che in questo caso sono rappresentati dagli algoritmi) e non sullo sfruttamento dei lavoratori; o chi risponde alle grandi rigidità dei nostri sistema delle relazioni industriali e delle colluse confederazioni sindacali costruendo dal basso nuove organizzazioni sociali.
Dietro queste forme di “condivisione economica”, che fanno ormai parte del nostro quotidiano, si celano le nuove frontiere dello sfruttamento e di una società sempre più individualizzata ed egoista. Rompere con questo sistema significa riportare al centro del dibattito il valore della solidarietà tra gli oppressi.