mercoledì 14 marzo 2018

"Miss tortura" a capo della Cia.



Per la prima volta ai vertici della Cia una donna: Gina Haspel, già vicedirettore.
 
 
Non è una sciocchezza, quella della Haspel è una nomina pesante, soprattutto alla luce delle dinamiche interne all'agenzia. In molti ricorderanno la quota democrats sul piede di guerra a pochi giorni dal verdetto elettorale, i dossieraggi e le fughe di notizie, le fake news spinnate ai principali quotidiani statunitensi per ostacolare la corsa di Donald Trump. Acqua, quasi, passata.
Il dato certo, oggi, è che in questi mesi Gina Haspel ha saputo costruirsi attorno un clima di consenso. E' vero, la sua nomina è la consecutio di un'altra serie di nomine: dall'addio di Rex Tillerson al Dipartimento di Stato all'arrivo di Mike Pompeo, che ha lasciato una casella vuota alla Cia. Insomma, è venuto ad innescarsi un effetto domino che ha portato la Haspel sul primo gradino dei servizi americani quasi per caso. Ma a volte è proprio il caso a governare il mondo.
Intanto lei si gode la promozione. Ha un curriculum di tutto rispetto, inclusa qualche grana passata. Anzi, forse più di una.
Ad esempio: nella terminologia militare un "black site" è un sito segreto dove la Cia porta avanti progetti segreti. In gran parte dei casi sono luoghi dove agenti sotto copertura torturano talebani, terroristi e nemici del popolo. Nell'era Bush (figlio), la Haspel era a capo di uno di questi "black site", in Thailandia (altri si trovavano in Afghanistan, Polonia, Marocco e Romania).
Il nome in codice di quel sito era "Cat's Eye" e dentro c'erano rinchiusi un paio di soggetti sospettati di essere membri di al Qaeda. Erano tempi difficilissimi, a un anno dal terribile attacco alle Torri Gemelle. E valeva tutto, almeno secondo la Haspel, che diede il via libera a trattamenti di tortura non autorizzati nei confronti di Abd al-Rahim al-Nashiri e Abu Zubaydah (entrambi trasferiti poi a Guantanamo).
Li sottopose a waterboarding (una forma di tortura consistente nell'immobilizzare un individuo versandogli acqua sulla faccia e simulare un annegamento). Li fece privare del sonno, rinchiudere in delle scatole. Zubaydah, che successivamente gli inquirenti considerarono "non in possesso di alcuna informazione utile", durante le torture perse l'occhio sinistro. Tre anni più tardi, nel 2005, la Haspel tentò di cancellare ogni traccia distruggendo i nastri in cui erano state registrate le atrocità compiute dai suoi uomini. Venne scoperta e l'episodio le costò la promozione, nel 2013, a direttore delle operazioni clandestine della Cia.
Oggi la sua nomina è in perfetta sintonia con il pensiero Trump, che a gennaio dello scorso anno non esitò, nel corso di una intervista alla Abc, a dire che nella lotta al terrorismo "la tortura funziona eccome, assolutamente sì". La Haspel ha forse dunque pochi meriti, se non quello di raccogliere i semi piantati dieci anni fa. Con uno scenario, all'orizzonte, che fa paura. A partire, ancora una volta, dall'Afghanistan.