venerdì 16 marzo 2018

Donne e giovani: il fallimento della deregolamentazione del lavoro


1Dieci anni dopo la crisi la disoccupazione europea resta elevata e le politiche fiscali rimangono ancorate ai principi dell’austerità. In questo quadro, le speranze di una maggiore crescita sono affidate alle “riforme strutturali” e soprattutto alla progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro. L’idea, sostenuta strenuamente dalla letteratura economica di impostazione liberista – il cosiddetto mainstream – è che una sempre maggiore flessibilità del mercato del lavoro favorisca la crescita economica e occupazionale. 


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In particolare, questo approccio sostiene che la riduzione delle protezioni dell’occupazione nel mercato del lavoro dovrebbe accrescere sia la flessibilità numerica (la facoltà di assumere e licenziare da parte delle imprese a costi complessivi sempre più ridotti) sia la flessibilità salariale (la possibilità di contrattare liberamente il salario tra imprenditore e lavoratore) sia la flessibilità funzionale (la possibilità di utilizzare liberamente il lavoratore all’interno del processo produttivo). 

Agendo su queste leve, secondo la teoria economica neoliberista, le imprese riuscirebbero ad adattarsi meglio al ciclo economico, il costo del lavoro seguirebbe le dinamiche della produttività e il sistema economico diverrebbe più competitivo, a tutto vantaggio della crescita e dell’occupazione. Sul piano teorico, queste tesi sono state sottoposte a una serie di critiche che hanno mostrato perché le conclusioni del mainstream dipendano in realtà da una serie di assunti che poco hanno a che vedere con il reale funzionamento dell’economia di mercato.

Evitiamo di addentrarci nelle disquisizioni teoriche e proviamo a testare con una nuova metodologia quale sia stato il successo delle politiche di deregolamentazione. A questo scopo facciamo ricorso al famoso database messo a disposizione dall’OCSE per calcolare l’indice di protezione dell’occupazione (Employment Protection Legislation Index, EPL[1]) previsto dall’assetto normativo-istituzionale di ciascun Paese. Si tratta di un indicatore utilizzato tutt’oggi nella letteratura scientifica, essendo il migliore strumento esistente di misurazione del grado di rigidità/flessibilità del mercato del lavoro.
La metodologia tipica della maggior parte degli studi che si sono occupati di valutare l’impatto delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro è consistito nel calcolare la variazione assoluta dell’indice EPL in un arco temporale medio-lungo, ponendola in correlazione con la media delle variazioni, anno dopo anno, del tasso di disoccupazione, registrate nei singoli paesi (tecnicamente si operano delle regressione semplici bivariate)[2]. Sulla base di questi approcci, diversi studi hanno mostrato che non sussiste alcun nesso tra l’aumento della flessibilità del mercato del lavoro (e dunque la riduzione dell’EPL) e il livello dell’occupazione. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, con l’autorevole ex capoeconomista Olivier Blachard, ha precisato che “le differenze nei regimi di protezione dell’occupazione appaino largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari Paesi[3].
Proviamo ora a concentrarci sulle riforme principali del mercato del lavoro che si sono avute sulla scena europea e che, naturalmente, possono essere misurate dalle più marcate variazioni dell’indice di protezione del lavoro EPL stimato dall’OCSE. Concentriamoci cioè sugli “shock” significativi dell’indice EPL[4], facendo in particolare riferimento a variazioni dell’indice almeno superiori al 10% rispetto al valore dell’anno precedente la riforma considerata. A tale scopo consideriamo i 35 Paesi membri dell’area Ocse per l’arco temporale dal 1985 al 2010. Ebbene, sul totale degli episodi di variazione dell’indice EP, la soglia del 10% da noi fissata ci permette di isolare i seguenti 30 casi significativi ai fini del nostro studio:
Tabella 1: Episodi di variazione significativa dell’EPL per i paesi area Ocse, 1985-2010
Paese Anno variazione EPL Entità shock dell’EPL
Australia 1997 12,24%
Australia 2007 -10,91%
Australia 2010 24,49%
Belgio 1998 -35,23%
Rep. Ceca 2005 16,42%
Danimarca 1995 -33,87%
Estonia 2010 -20,20%
Francia 1991 10,41%
Germania 1986 -23,08%
Germania 1997 -10,77%
Germania 2003 -10,69%
Grecia 2004 -26,48%
Ungheria 2004 19,02%
Irlanda 2004 22,24%
Italia 1998 -14,98%
Italia 2002 -14,55%
Giappone 2000 -19,52%
Giappone 2007 -12,93%
Korea 1998 -10,82%
Korea 1999 -18,20%
N. Zelanda 2001 58,20%
Polonia 2003 -16,78%
Polonia 2004 60,48%
Slovacchia 2004 -22,64%
Slovacchia 2008 35,12%
Spagna 1995 -23,16%
Svezia 1992 -19,07%
Svezia 1994 -17,96%
Svezia 2008 -15,45%
Regno Unito 2000 13,00%
Fonte: Nostre elaborazioni su dati Ocse
Come si osserva, in dieci casi assistiamo ad incrementi della protezione del lavoro, mentre nella maggioranza dei casi (venti) siamo in presenza di riforme che hanno ridotto significativamente il livello delle protezioni. A questo punto, per valutare se esista una qualche relazione tra le politiche di flessibilità e le dinamiche occupazionali si procede nel porre in correlazione lo shock dell’EPL con la variazione che subisce il tasso di occupazione dopo l’episodio di variazione dell’indice di protezione dell’occupazione. Più in particolare, si è posto in correlazione lo shock dell’indice EPL con la variazione del tasso di occupazione apprezzata nell’arco temporale che va da un anno prima dello shock a tre anni dopo, in modo di cogliere pienamente l’impatto delle riforme che non dovrebbe dispiegarsi esclusivamente nell’anno successivo alla riforma. Il risultato dell’analisi è esposto nella Figura 1, nella quale si pone sull’asse verticale la variazione dell’occupazione e su quello orizzontale il grado di protezione del lavoro.
Figura 1: Epl e  tasso di occupazione 15-64 anni, paesi area Ocse
 correlazione epl occupazione
Fonte: Nostre elaborazioni su dati Ocse
Si nota chiaramente che la retta di regressione che esprime la relazione tra la variazione dell’EPL e la variazione dell’occupazione non ha l’andamento che i sostenitori della flessibilità avrebbero previsto. La retta, infatti, non è decrescente (per cui a una minore protezione del lavoro corrisponderebbe una maggiore occupazione), ma è sostanzialmente piatta (addirittura leggermente crescente, con un valore della correlazione e di un R-quadro poco significativi). Inoltre, i punti attorno ad essa (i casi concreti registrati) si disperdono molto il che sta a indicare l’assenza di una qualunque correlazione tra le due variabili. Ancora una volta quindi, anche utilizzando una nuova metodologia, che prende in considerazione esclusivamente le maggiori riforme del mercato del lavoro, non è possibile scorgere alcun legame significativo tra il grado di protezione del lavoro e le performance occupazionali del mercato[5].
2. Per approfondire l’analisi, ci soffermeremo sulle fasce più deboli del mercato del lavoro, al fine di verificare se i livelli di occupazione giovanile (15-24 anni) o femminile siano stati in qualche modo influenzati dalle riforme del mercato del lavoro. Cominciamo allora con il porre in correlazione gli shock significativi dell’indice EPL (maggiori del 10%) con le variazioni che subisce il tasso di occupazione giovanile (15-24 anni), utilizzando la medesima tecnica sopra esposta. I risultati sono rappreentati con la Figura 2.

Figura 2 : Epl e tasso di occupazione giovanile 15-24, paesi area Ocse
 Giovani correlazione epl occupazione
Fonte: Nostre elaborazioni su dati Ocse

 Anche in questo caso, si osserva che la retta di regressione è piatta (con un valore della correlazione e di un R-quadro poco significativi), portando pertanto ad escludere il fatto che alla diminuzione o all’aumento delle protezioni dei lavoratori del mercato del lavoro possano essere in qualche modo associate variazioni dell’occupazioni giovanili (15-24 anni).
Infine, replichiamo l’analisi considerando l’occupazione femminile (15-64 anni) ed esponiamo il risultato nella Figura 3.
Figura 3: Epl e tasso di occupazione femminile  15-64 anni, paesi area Ocse

Donne correlazione epl occupazione femminile
Fonte: Nostre elaborazioni su dati Ocse
Ancora una volta, la figura evidenzia una mancanza totale di correlazione tra le riforme del mercato del lavoro e i valori dell’occupazione femminile.
Questa analisi dunque conferma che anche le più incisive riforme del mercato del lavoro che sino avute tra il 1985  e il 2010, finalizzate ad aumentare le protezioni del lavoro e viceversa a ridurle, non hanno avuto alcun impatto significativo sull’occupazione, anche con riferimento di quei segmenti più difficili del mercato che maggiormente avrebbero dovuto beneficiare delle riforme. Non appare esserci dunque alcuna ragione scientificamente apprezzabile a giustificazione del fatto che queste politiche debbano essere perseguite ancora oggi. È molto plausibile pensare dunque, che abbia ragione quella parte della letteratura economica di ispirazione keynesiana secondo la quale le regole del mercato del lavoro non contano molto nel definire i livelli occupazionali[6], e che piuttosto essi dipendano dalle dinamiche capricciose della domanda aggregata.
*Dottoranda Università del Sannio

Bibliografia
BLANCHARD O., “European Unemployment: the Evolution of Facts and Ideas”, Economic Policy, 2006 p.30;
 OECD, 2013a. Calculating summary indicators of EPL strictness: methodology
IMF (2016), “Time for a supply side boost? Macroeconomic effects of labor and product market reforms in advanced economies”,  In World Economic Outlook 2016,Washington,
REALFONZO R. (2013), “Deregolamentare per crescere? EPL, quota salari e occupazione ”, Rivista giuridica del lavoro, 2013, n. 3, pp. 487-502
REALFONZO R., Tortorella G. Esposito, (2014) “Gli insuccessi nella liberalizzazione dei contratti di lavoro a termine”, economiaepolitica.it
REALFONZO R, (2014) “La favola dei superprotetti. Flessibilità del lavoro, dualismo e occupazione in Italia”, economiaepolitica.it
TESTA L., STIRATI A. (2015), “Flessibilità o domanda aggregata? L’andamento dell’occupazione in Italia”, economiaepolitica.it
[1] Dopo una serie continua di aggiornamenti, oggi l’EPL viene elaborato dall’OCSE sulla base di 21 indici sintetici che, con una serie di pesi, consentono di stimare i due sotto indicatori che contribuiscono a comporre l’EPL: l’indicatore di protezione per i contratti a tempo indeterminato (EPRC) e l’indicatore di protezione per i contratti a tempo determinato (EPT).  Per approfondimenti Cfr.: OECD, 2013a. Calculating summary indicators of EPL strictness: methodology.
[2] Ad esempio di rinvia a R. Realfonzo e G. Tortorella Esposito, “Gli insuccessi nella liberalizzazione del lavoro a termine”, economiaepolitica.it, maggio 2014.
[3] Per approfondimenti Cfr.: O. Blanchard, “European Unemployment: the Evolution of Facts and Ideas”, Economic Policy, 2006 p.30; Ed ancora più recentemente, il World Economic Outlook 2016 del FMI evidenzia che «le riforme che facilitano il licenziamento dei lavoratori a tempo indeterminato non hanno, in media, effetti statisticamente significativi sull’occupazione e sulle altre variabili macroeconomiche» Cfr. International Monetary Fund (2016), Time for a supply side boost? Macroeconomic effects of labor and product market reforms in advanced economies. In World Economic Outlook 2016. Washington.
[4] La soglia del 10% è stata da noi fissata arbitrariamente allo scopo di registrare le riforme che maggiormente hanno impattato sul grado di protezione del lavoro ottenendo anche un numero di casi (30) sufficiente per una elaborazione adeguata. Si noti che in letteratura non vi è alcun precedente a riguardo.
[5] Vengono dunque ribadite le conclusione che in questa rivista sono state avanzate da R. Realfonzo e G. Tortorella Esposito in Gli insuccessi nella liberalizzazione del lavoro a termine, maggio 2014, e da R. Realfonzo, La favola dei superprotetti. Flessibilità del lavoro, dualismo e occupazione in Italia, settembre 2014. Si veda anche R. Realfonzo, “Deregolamentare per crescere? EPL, quota salari e occupazione ”, Rivista giuridica del lavoro, 2013.